Barbara Alberti, l'eros e la vecchiaia: "Insegnai a Tinto Brass, rifarei il Grande Fratello"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   In un'affollata stanza, tra libri e memorie, Barbara Alberti, che alla soglia dei novant'anni non ha perso quell'acume che l'ha resa celebre, dipana con parole precise il filo di una vita vissuta lontano dai conformismi. "A Tinto Brass, che poi è diventato un maestro in quel genere, insegnai io l'eros", rivela, rievocando la collaborazione professionale per il film "Monella", un'esperienza che lei descrive come l'incontro tra due sensibilità distanti ma non opposte. "Lui è pagano, io sono cattolica", precisa, sottolineando come quella fusione di visioni abbia contribuito a forgiare un immaginario sensuale, ma non morboso, che il regista avrebbe in seguito esplorato in profondità. La sua non è una rivendicazione, piuttosto la puntuale registrazione di un fatto, di un contributo dato a un cinema che ha fatto discutere, e che lei, con la sua scrittura, ha aiutato a definire.

Un matrimonio fuori dagli schemi

La sua vita privata, del resto, è stata un laboratorio di relazioni atipiche, come quella con il marito, Amedeo Pagani, da cui si è separata quarant'anni fa pur continuando a condividere lo stesso tetto. "La colpa fu mia, poiché mi innamorai di un gay", racconta senza alcuna reticenza, spiegando come quell'episodio abbia ridefinito i confini di un legame che, nonostante tutto, è rimasto saldo. Una convivenza che procede per regole ben precise, quasi una partita domestica giocata con affetto e pragmatismo: "Io dormo col gatto, lui col cane". Una separazione che non è stata una frattura, ma una riconfigurazione, un accordo duraturo che ha saputo resistere al passare del tempo e ai mutamenti dei sentimenti.

La terza età e il rifiuto dei miti consolatori

È proprio sul tempo che passa, però, che la scrittrice concentra alcune delle sue osservazioni più taglienti, sfatando con disarmante realismo il mito di una vecchiaia serena e santificata. "La vecchiaia fa schifo", afferma, senza cercare giri di parole che edulcorino una verità che lei considera incontrovertibile. Second la sua analisi, questa "santificazione" sarebbe un fenomeno recente e legato a mere logiche di consumo: "I vecchi hanno cominciato a consumare ed ecco la santificazione della vecchiaia". Ammettere la possibilità di viaggiare o di avere una vita sessuale non la spinge a indorare la pillola, anzi, precisa con una battuta che lascia poco spazio all'interpretazione: "Due centenari che fanno sesso anche no". Un rifiuto netto delle narrazioni consolatorie, un invito a guardare in faccia la decadenza fisica per quella che è, senza filtri rassicuranti.

L'ironia come strumento di sopravvivenza

Quello che emerge dal suo racconto è un ritratto coerente di una donna che ha fatto dell'ironia e della sincerità le sue armi migliori, non solo in letteratura ma nell'esistenza di tutti i giorni. La sua lucidità, che traspare da ogni aneddoto e da ogni confessione, non è diminuita con l'età, diventando semmai più essenziale e graffiante. Pur non risparmiando giudizi severi su un periodo della vita che definisce senza appello, continua a scrivere e a osservare il mondo con uno sguardo che non si rassegna, mantenendo intatta quella capacità di sorprendere che l'ha sempre caratterizzata e che, in un'epoca di opinioni addomesticate, suona come un atto di libertà.

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