Woolrich, la storia finita nella spazzatura: 78 licenziamenti a Bologna dopo la chiusura della sede

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Si chiude con un epilogo amaro la lunga vertenza che ha tenuto banco per mesi a Bologna, dove il celebre marchio di abbigliamento Woolrich ha spento definitivamente i motori della sua storica sede cittadina. L'ultimo giorno di attività in via della Cooperazione ha restituito l'immagine più dura di una crisi occupazionale iniziata lo scorso dicembre, subito dopo l'acquisizione del brand da parte del gruppo torinese BasicNet: scatoloni accatastati, campionari di tessuti accumulati in anni di lavoro e materiali di archivio lasciati sul marciapiede, come a voler simboleggiare la fine di un'era.

"Questa è la nostra storia... finita nella spazzatura", hanno raccontato i dipendenti, riassumendo in poche parole l'amarezza per un addio consumato senza troppi complimenti e con l'anticipo di sei mesi rispetto alle scadenze che erano state inizialmente concordate.

L'accordo e i numeri della chiusura

La vicenda si è conclusa nella mattinata di lunedì 31 agosto, quando 64 lavoratrici e lavoratori della sede bolognese si sono presentati negli uffici di Confindustria per sottoscrivere i verbali di conciliazione che sanciscono la fine del loro rapporto di lavoro. A questi si aggiungono altri 14 dipendenti che avevano già anticipato l'uscita a luglio, portando il numero complessivo dei licenziamenti nella sola Bologna a quota 78.

L'intesa, siglata dalle sigle sindacali Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs-Uil, ha previsto il riconoscimento di un incentivo all'esodo parametrato all'anzianità di servizio, con importi che oscillano indicativamente tra i 30 mila e i 100 mila euro lordi. Sul fronte milanese, invece, sono state registrate 13 uscite certificate attraverso la Commissione di conciliazione.

Se da un lato i sindacati hanno espresso soddisfazione per le tutele economiche ottenute grazie al confronto, dall'altro non hanno nascosto il rammarico per la chiusura di un presidio produttivo considerato strategico per il territorio.

Il trasferimento a Torino e le trattative

La crisi era esplosa a dicembre, quando BasicNet – il gruppo della famiglia Boglione che controlla marchi come Kappa e Superga – aveva annunciato la volontà di concentrare tutte le attività europee nel proprio quartier generale di Torino, prospettando inizialmente il trasferimento forzato di 109 dipendenti da Bologna e di altri 30 da Milano. La decisione aveva scatenato una dura mobilitazione, con i lavoratori che si erano stretti attorno allo slogan "Non s-bolognateci" per chiedere di mantenere a Bologna attività e occupazione.

Dopo un lungo braccio di ferro, condotto anche alla presenza dell'assessore regionale al Lavoro Vincenzo Paglia e del sindaco Matteo Lepore, a febbraio era stato raggiunto un accordo che prevedeva il ritiro dei trasferimenti unilaterali e l'apertura a soluzioni su base volontaria. L'intesa concedeva ai dipendenti la possibilità di seguire l'azienda in Piemonte usufruendo di un pacchetto di incentivi, di restare nelle sedi di Bologna o Milano fino al 31 marzo 2027 oppure di uscire con una buonuscita.

Alla fine, la maggior parte dei lavoratori ha scelto di non trasferirsi, rendendo inevitabile l'anticipo della chiusura del sito emiliano. Solo 25 dipendenti, tra Bologna e Milano, hanno accettato il trasferimento a Torino, ai quali si aggiungono quattro dirigenti.

Il dolore dei lavoratori e le voci contrastanti

A raccontare il clima di quei giorni è la lettera dei dipendenti, che hanno preso le distanze dalle dichiarazioni di una loro ex collega, la manager Daniela d'Amone. In un'intervista, la dirigente aveva accolto la notizia del licenziamento "con sollievo", affermando che è da ingenui pensare di restare in un'azienda per tutta la vita.

Una posizione che ha suscitato lo sdegno della stragrande maggioranza dei lavoratori, i quali hanno rivendicato il valore dei rapporti umani costruiti in decenni di lavoro e hanno sottolineato le difficoltà di ricollocazione per chi ha superato i cinquant'anni o è prossimo alla pensione. In netto contrasto con questa visione è la testimonianza di Claudia Costa, 59 anni, direttrice operations della sede bolognese e tra i dipendenti più longevi con i suoi 41 anni di servizio.

Intervistata da Repubblica, Costa ha descritto i colleghi come una squadra capace di affrontare insieme i momenti più difficili e ha difeso il valore di una comunità professionale cresciuta durante decenni di lavoro, esprimendo il rammarico per una storia che, a suo avviso, non avrebbe dovuto concludersi in questo modo.

Il futuro e le reazioni politiche

Con la firma dei verbali si chiude ufficialmente una vertenza che ha segnato profondamente il tessuto economico e sociale di Bologna, privando la città di un'azienda simbolo che per decenni aveva rappresentato un punto di riferimento nel settore dell'abbigliamento outdoor. La riorganizzazione voluta da BasicNet ha di fatto cancellato la presenza fisica del marchio, che continuerà a esistere solo attraverso i punti vendita rimasti aperti in via Clavature e a Cadriano.

Sulla vicenda è intervenuto anche il deputato del Partito Democratico Andrea De Maria, che ha definito la chiusura un'"accelerazione negativa di una crisi complessa" e ha annunciato la propria disponibilità ad assumere iniziative parlamentari a sostegno dei lavoratori rimasti senza impiego. L'auspicio dei sindacati è ora che le professionalità e le competenze maturate in tutti questi anni all'interno della Woolrich possano trovare una nuova collocazione in tempi brevi, anche se per molti, specie per i più anziani, la strada della ricollocazione si preannuncia in salita.

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