L’avvocato Ligas, Luca Argentero e quel ruolo da antieroe che si porta dietro una frase, secca, senza appello: “È proprio uno stronzo”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Chiunque abbia familiarità con i registri interpretativi di Luca Argentero, attore piemontese classe 1978, sa che la sua filmografia è stata a lungo punteggiata da personaggi rassicuranti, spesso eroi positivi e senza macchia, figure che trasmettevano sicurezza e prossimità. Basti pensare al dottor Andrea Fanti della fiction Doc – Nelle tue mani, un ruolo che lo ha consacrato definitivamente all’affetto del grande pubblico televisivo, o ad altre interpretazioni dove la sua presenza scenica veicolava quasi sempre una bontà d’animo di fondo, un’integrità morale che fungeva da faro per le trame. Oggi, con l’esordio di Avvocato Ligas, serie Sky Original in sei episodi visibile dal 6 marzo su Sky Atlantic e sulla piattaforma Now, Argentero compie una torsione netta, quasi una scommessa professionale: presta il volto a Lorenzo Ligas, penalista milanese di indiscusso talento, e lo definisce senza mezzi termini come l’esatto opposto del medico che lo ha reso celebre. E lo fa con una consapevolezza che traspare nitida dalle interviste di presentazione, quando ammette che interpretare questo personaggio gli ha permesso di esplorare quelle zone d’ombra, quei difetti e quelle debolezze che la carriera, fino a oggi, gli aveva sostanzialmente impedito di frequentare. Ligas è un antieroe, dice Argentero, schiacciato dal proprio talento e da una capacità autodistruttiva che lo porta sistematicamente a perdere tutto ciò che costruisce, salvo poi dover rimboccarsi le maniche per riconquistarlo, pezzo dopo pezzo, con una determinazione che sfocia spesso nell’arroganza.

Un meccanismo narrativo che guarda a “Better Call Saul” e alla tradizione del legal thriller americano

La serie, tratta dal romanzo Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti di Gianluca Ferraris – un libro che l’attore stesso ha definito una “lettera molto divertente” –, si inserisce nel solco di una tradizione, quella del legal drama, che in Italia stenta a decollare con la stessa forza espressiva che ha oltreoceano. Eppure, il meccanismo su cui punta Avvocato Ligas è quello di un doppio binario narrativo piuttosto solido: da un lato c’è la precisione quasi maniacale delle procedure, il lessico specialistico delle aule di giustizia, la carta bollata e i codici; dall’altro, e qui sta la cifra stilistica che gli autori – Federico Baccomo, Jean Ludwigg, Leonardo Valenti e altri – hanno voluto imprimere, c’è il passo del giallo, l’adrenalina dell’investigazione privata, quel trasformare sentenze e cavilli in una narrazione ad alta tensione emotiva che possa catturare anche chi del diritto sa poco o nulla. Lo stesso Argentero, interrogato su quali fossero i suoi riferimenti, ha citato senza esitazione Better Call Saul, la serie che racconta la parabola discendente – e a tratti tragicomica – di un avvocato disastrato che perde tutto e deve ricostruirsi. Ecco, Ligas è esattamente questo: un uomo che viene allontanato dal suo prestigioso studio legale proprio perché incapace di tracciare quel confine netto tra dovere professionale e piacere personale, e che da quel momento inizia una lotta per tornare al centro della scena, accettando i casi più complessi, quelli che nessun altro vuole toccare perché già giudicati dalla piazza e dal rumore assordante dei media.

I tratti di un personaggio cinico e la chimica con il cast, tra rivalità e legami familiari

Ma chi è davvero Lorenzo Ligas, al di là della definizione giornalistica che lo vuole “rockstar del Tribunale di Milano”? È un penalista geniale, certo, ma anche narcisista, cinico, spregiudicato e con una tendenza all’autosabotaggio che rasenta l’inverosimile. Vive la legge come un gioco tattico, una partita a scacchi dove l’obiettivo non è la verità, ma la strategia vincente. Lo affiancano, in questo percorso accidentato, personaggi di contorno che fungono da specchio e contrappeso: Marta Carati, interpretata da Marina Occhionero, è la giovane praticante piena di ideali che gli fa da assistente e che spesso si scontra con il suo approccio spregiudicato; dall’altra parte della barricata processuale c’è Annamaria Pastori, il pubblico ministero interpretato da Barbara Chichiarelli, una rivale che incalza Ligas con intelligenza e determinazione, creando un dualismo che percorre l’intera architettura della serie. E poi c’è la vita privata, un groviglio di relazioni complicate che completano il ritratto: l’ex moglie Patrizia Roncella (Gaia Messerklinger), con cui il rapporto è fatto di recriminazioni e incomprensioni mai sopite, e la figlia Laura (Mia Eustacchio), per la quale Ligas prova un amore viscerale ma che fatica a tradurre in gesti concreti, in presenza, in quella normalità che lui, per carattere, non potrà mai garantire. L’attore, che nella vita reale è padre di due bambini avuti con la moglie Cristina Marino – presente anche lei nel cast –, ha ammesso che proprio la relazione con la figlia sullo schermo è stata tra le corde che ha sentito più vicine, perché anche sua figlia maggiore inizia a fare quelle domande sensate, quelle alle quali non puoi più rispondere con una frase fatta.

L’azzardo linguistico di una produzione che non edulcora la realtà e punta su temi forti

Quello che colpisce, nelle intenzioni dichiarate dalla produzione Sky Studios e Fabula Pictures, è la scelta di non edulcorare il racconto. Avvocato Ligas parla di casi che toccano la cronaca nera, affronta tematiche come il razzismo, la prostituzione, la corruzione nelle forze dell’ordine, e lo fa con un linguaggio diretto, senza peli sulla lingua. Argentero, intervistato da Il Messaggero, ha sottolineato come il merito di Sky sia stato proprio quello di aver scelto una linea piuttosto dura, una scrittura che chiama le cose con il loro nome senza giri di parole, perché solo così si può restituire la complessità del mondo giudiziario e umano che si vuole rappresentare. E non è un caso che la definizione che l’attore dà del suo personaggio sia così cruda: “Ligas è proprio uno stronzo”, ha detto a Today, salvo poi specificare che, paradossalmente, se mai dovesse trovarsi nei guai, si affiderebbe proprio a uno come lui. Perché sotto la coltre di cinismo e arroganza, Ligas possiede una dote rara: la capacità di vedere la crepa dove tutti gli altri vedono un muro, di scovare la falla nel sistema, di credere – almeno professionalmente – che ogni imputato meriti la miglior difesa possibile, al di là del pregiudizio e dell’evidenza sommaria. La serie, diretta da Fabio Paladini e scritta da un collettivo di autori, si prefigge dunque di portare sul piccolo schermo italiano un antieroe complesso, un uomo che si muove tra bar rumorosi e corridoi di tribunale con la stessa disinvoltura, e che forse, proprio nella sua umanità così imperfetta, riuscirà a ritagliarsi un posto nel cuore di chi guarda, esattamente come è successo con i personaggi positivi che Argentero ha interpretato in passato.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.