Avvocato Ligas, Luca Argentero e la sua doppia vita tra aule di tribunale e gin tonic
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Redazione Cultura e Spettacolo
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C’è un momento, nella serie, in cui Lorenzo Ligas – questo l’avvocato interpretato da Luca Argentero – si guarda attorno e sembra non riconoscere più il mondo che lui stesso ha contribuito a costruire. Una frase, in particolare, detta quasi tra sé e sé mentre sistema il nodo della cravatta davanti allo specchio di un bagno del tribunale, potrebbe riassumere l’intero arco narrativo: “Qui non si fa giustizia, qui si fa la legge”. Ecco, forse è proprio in questa distinzione, sottile ma abissale, che risiede il cuore del primo legal drama Sky Original, in onda dal 6 marzo su Sky Atlantic e in streaming su NOW, che vede il ritorno di Argentero in un ruolo lontano anni luce dal camice rassicurante del dottor Andrea Fanti. Lo avevamo lasciato alle prese con le corsie d’ospedale e lo ritroviamo, invece, a navigare le acque torbide del Foro di Milano, armato di una dialettica affilata come un bisturi e di una propensione all’autodistruzione che sembra essere l’unica, vera costante della sua esistenza. Il personaggio, tratto dal romanzo “Un caso complicato per l’avvocato Ligas. Perdenti” di Gianluca Ferraris – giornalista scomparso nel 2022 e a cui questa trasposizione rende, in qualche modo, omaggio – è un uomo che vive di paradossi: geniale e insopportabile, elegante e volgare, leale solo con se stesso e, forse, nemmeno con quello.
La narrazione, sviluppata in sei episodi diretti da Fabio Paladini, non ci presenta un eroe, men che meno un modello. Ligas è, piuttosto, un uomo al capolinea di una corsa cominciata chissà quando e con troppi eccessi. La sua carriera di penalista di grido, socio di uno studio prestigioso, si infrange contro lo scoglio di una relazione, diciamo così, poco professionale: quella con la moglie del suo mentore, Petrello. Un errore, se così vogliamo chiamarlo, che gli costa il posto e, in un certo senso, la reputazione. Ma la serie, scritta da un collettivo di autori tra cui Federico Baccomo e Leonardo Valenti, non si crogiola nella discesa; piuttosto, osserva con interesse clinico come un uomo abituato a vincere le cause – quelle degli altri – affronti la propria, di sconfitta. Lo fa con gli stessi strumenti che usa in aula: cinismo, spregiudicatezza e una capacità di lettura delle debolezze altrui che rasenta la crudeltà. Non chiedetegli, però, di applicare lo stesso rigore alla propria vita, dove l’unico appuntamento fisso sembra essere con un bicchiere di gin tonic sorseggiato ai bordi di una piscina, in attesa che succeda qualcosa o, forse, in attesa di non succedere nulla.
La nuova geografia umana di Ligas, tra Marta Carati e il pm Pastori
E se il protagonista è un concentrato di contraddizioni, il contorno non è da meno. A fare da contrappeso alla sua deriva arriva Marta Carati, interpretata da Marina Occhionero. Marta è una praticante determinata, con alle spalle una storia di disillusioni professionali e personali che l’hanno resa diffidente ma non cinica. Potremmo vederla come l’ennesima assistente che impara dal maestro, ma la dinamica che si instaura è più complessa e, per certi versi, pericolosa. Lei cerca nel diritto una forma di giustizia autentica, lui le insegna – suo malgrado, o forse no – che il diritto è solo un gioco di parole ben piazzate. La loro non è solo una relazione professionale; è un continuo rimpallo di sguardi e silenzi, un tentativo reciproco di capire dove finisca la maschera e inizi la persona. E poi c’è lei, Annamaria Pastori, il pubblico ministero interpretato da Barbara Chichiarelli. Con Ligas condivide un’elettricità fatta di scontri in aula e di un rispetto, mai dichiarato, che trapela solo quando nessuno guarda. Pastori non è il classico avversario di turno; è una donna che crede nel suo ruolo con una disciplina quasi militaresca, e che forse, proprio per questo, non può fare a meno di misurarsi con l’anarchia professionale di Ligas.
La vita privata, si sa, è il terreno minato su cui Ligas puntualmente inciampa. La separazione dalla moglie Patrizia, interpretata da Gaia Messerklinger, è una ferita che non si rimargina, complicata dalla presenza della figlia Laura, otto anni, occhi grandi e una capacità di leggere il padre molto superiore a quella di qualsiasi giudice. Patrizia, avvocato civilista che ha scelto una vita più ordinata lontano dalle aule giudiziarie, non è la donna abbandonata in attesa di un ritorno; è piuttosto lo specchio di ciò che Ligas avrebbe potuto essere e non è stato, una scelta di vita che lui contempla con un misto di ammirazione e distacco. E poi c’è Paolo, il migliore amico, interpretato da Flavio Furno. Paolo è il classico collega che ti copre le spalle, fino a quando la fedeltà non si scontra con le ragioni della carriera e con la scoperta che, forse, non conosceva davvero la persona che ha sempre difeso. È da questi rapporti, tesi e credibili, che la serie trae la sua linfa, evitando di rifugiarsi nella facile morale o nella condanna del protagonista.
Una Milano inedita e contraddittoria, specchio del suo antieroe
A fare da sfondo a queste storie di ordinaria complexità non è la Milano da cartolina, quella dei Navigli o del Duomo illuminato. La regia di Paladini sceglie piuttosto gli interni spogli degli uffici, le stanze d’albergo anonime, i corridoi del tribunale dove gli avvocati si scambiano frecciate come in un duello. È una città che non giudica ma osserva, e che sembra fatta apposta per ospitare personaggi che vivono di mezze verità. E poi ci sono i casi, quelli che Ligas accetta dopo essere stato messo alla porta: clienti scomodi, indifendibili, pecore nere che nessuno vuole rappresentare. Ogni episodio, in questo senso, diventa un’occasione per esplorare le pieghe più oscure della cronaca, ispirandosi a fatti realmente accaduti ma senza mai cadere nel sensazionalismo. La domanda che soggiace a ogni procedimento non è mai solo “colpevole o innocente”, ma piuttosto cosa significhi difendere qualcuno che forse merita di essere punito. Ed è lì, in quella zona grigia, che Ligas dà il meglio di sé, trasformando ogni dettaglio, ogni incongruenza, in un’arma processuale. Il suo talento è indiscutibile, ma la serie ha il merito di non celebrarlo mai del tutto, lasciando che sia lo spettatore a giudicare se la sua sia una forma superiore di giustizia o solo l’ennesimo esercizio di narcisismo applicato alla professione.




