Avvocato Ligas, Luca Argentero e la Milano da bere di un nuovo antieroe tv

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un momento, nelle storie di uomini costruiti per vincere, in cui la caduta è più interessante dell’ascesa. Ed è esattamente l’istante in cui Sky punta la macchina da presa per il suo primo legal drama originale, Avvocato Ligas, che da stasera occupa la serata di Sky Atlantic con Luca Argentero. Lo avevamo lasciato indossare un camice, nei panni del rassicurante dottor Andrea Fanti in Doc – Nelle tue mani, e lo ritroviamo avvolto in una toga perfettamente stirata, quella di Lorenzo Ligas, che di rassicurante non ha proprio nulla. Se ne sta lì, il personaggio, sospeso sul bordo di una piscina di un club esclusivo con un gin tonic in mano, a osservare il mondo dall’alto – o forse a lasciarsi scivolare via – in una Milano che non è semplice sfondo ma diventa essa stessa ingranaggio della narrazione.

Il personaggio che Argentero porta in scena è un penalista dal talento indiscutibile, una di quelle menti che elaborano la realtà a una velocità superiore rispetto al resto dell’umanità, ma con un’inclinazione quasi scientifica all’autodistruzione. La serie, che adatta i romanzi di Gianluca Ferraris e porta la firma in regia di Fabio Paladini, costruisce la sua architettura su una struttura episodica verticale – ogni puntata un caso – ma senza mai perdere di vista la costruzione lenta e stratificata del protagonista e del suo entourage. La premessa è classica, quasi noir: Ligas, dopo uno scandalo che lo travolge – una relazione con la moglie del suo mentore, Michele Petrello – viene cacciato dal prestigioso studio in cui lavorava e si ritrova a dover ricostruire la propria carriera partendo dai margini, dai casi che nessuno vuole difendere, assistito da una giovane praticante, Marta Carati, interpretata da Marina Occhionero, che porta con sé ferite e idealismi tutti da gestire.

L’uomo che si nasconde dietro la toga, tra autolesionismo e carisma

Luca Argentero, dal canto suo, sembra divertirsi parecchio a smontare l’icona dell’eroe positivo che lo ha reso celebre. In diverse intervante che accompagnano il lancio della serie, l’attore non usa mezzi termini: “Ligas è proprio uno stronzo”, lo definisce, salvo poi aggiungere, con quel suo understatement torinese che lo contraddistingue, che in fondo il personaggio incarna tutto ciò che lui non ha mai avuto il coraggio di essere. Una parte di lui, confessa, vorrebbe assomigliargli in quella spavalderia, in quell’arroganza quasi teatrale che Ligas sfodera come un’arma in aula e fuori. Ma la realtà, dice Argentero, è ben diversa: lui è puntuale, metodico, un “samurai” del set, l’esatto opposto di questo avvocato che vive al limite, che affoga i drammi personali nei cocktail e nelle notti sui Navigli, e che usa la legge come un campo minato in cui far brillare le proprie intuizioni.

L’antieroe, si sa, funziona se è magnetico, e qui la produzione gioca la carta dell’estetica milanese più patinata per creare il contrasto. Dal Palazzo di Giustizia, luogo della sua gloria e della sua dannazione, fino alla Terrazza Martini con quella vista mozzafiato sulla torre Velasca, passando per il carcere di San Vittore e i bar della movida, la geografia della città diventa la mappa emotiva del protagonista. Non è un caso che si parli di lui come della “rockstar del Tribunale di Milano”: uno showman, come lui stesso si autodefinisce in un passaggio della serie, uno che ha bisogno di un occhio di bue puntato addosso per sentire di esistere. Quando quella luce si spegne, però, quando il riflettore si sposta, emergono le fragilità: l’alcol, i rapporti familiari compromessi, la difficoltà a essere padre per la piccola Laura, interpretata da Mia Eustacchio, che pure rappresenta l’unico porto sicuro in una vita in tempesta.

Il gioco di squadra e il cast che sostiene il racconto

Ma un legal drama, anche il più incentrato sul suo protagonista, non regge se intorno non si costruisce una solida architettura di personaggi. E qui Avvocato Ligas dimostra di avere le idee chiare. Accanto ad Argentero, la serie mette in campo figure che non sono semplici comparse o spalle funzionali al plot, ma presenze che intersecano e complicano la strada di Ligas. Su tutte, Barbara Chichiarelli nei panni del pubblico ministero Annamaria Pastori: una donna rigorosa, tutta d’un pezzo, che rappresenta la legge nella sua forma più istituzionale e che incarna l’antagonista perfetta, non tanto per cattiveria quanto per una visione del mondo diametralmente opposta. Tra i due, in aula, si crea quell’elettricità fatta di stima professionale e scontro durissimo, un duello che va oltre il singolo processo.

E poi c’è il fronte privato, altrettanto accidentato. Gaia Messerklinger veste i panni di Patrizia Roncella, l’ex moglie di Ligas, avvocata civilista che ha scelto di tagliare i ponti con un uomo incapace di distinguere tra dovere e piacere. Non è la donna in attesa, non è la compagna ferita in cerca di vendetta: è una professionista determinata, una madre premurosa che ha capito che l’amore, a volte, non basta e che la felicità va costruita altrove. La loro relazione, fatta di strascichi, di affetto residuo e di una figlia da crescere, aggiunge spessore a un ritratto altrimenti troppo monocorde. Completano il quadro Flavio Furno, nei panni di Paolo, il migliore amico di sempre, quello che conosce ogni crepa e che rischia di diventare il rivale più pericoloso proprio perché sa dove colpire, e Cristina Marino – nella vita moglie di Argentero – che torna sul set dopo la nascita dei figli, in un piccolo ruolo che l’attore stesso dice di aver incoraggiato, scherzando sul fatto che, con due bambini piccoli, a casa preferirebbe restarci lui.

I casi, la giustizia e l’urgenza di un racconto contemporaneo

Ogni episodio della serie, che si compone di sei puntate in onda dal 6 marzo fino al 3 aprile, mette al centro un caso giudiziario. E non sono casi qualunque: la sceneggiatura, curata tra gli altri da Federico Baccomo – avvocato per sette anni prima di diventare sceneggiatore di Call My Agent Italia – pesca a piene mani dalle contraddizioni del presente. Si parla di bigottismo, di razzismo, del rapporto distorto con la fama e i social network, della responsabilità etica di chi esercita la professione legale. Ligas, da par suo, non è l’avvocato idealista che cerca la verità a tutti i costi: lui cerca la vittoria, la migliore difesa possibile per i suoi assistiti, che siano colpevoli o innocenti poco importa. Ed è in questa zona grigia, in questo confine labile tra giustizia e spettacolo, che la serie trova la sua cifra stilistica, strizzando l’occhio ai grandi modelli americani – qualcuno ha citato Better Call Saul o il Lincoln Lawyer – senza mai diventarne una copia sbiadita.

Quel che colpisce, in Avvocato Ligas, è la scelta di non edulcorare il linguaggio, di non rendere il protagonista più simpatico di quanto non sia. Lo si vede litigare, bere, sbagliare con la figlia, usare un turpiloquio che in tv, in Italia, si usa ancora con parsimonia. E forse è proprio questa crudezza, questa mancanza di filtro, a renderlo credibile. D’altronde, come ha spiegato Argentero, la scrittura era talmente precisa che non c’è stato bisogno di grandi rielaborazioni: il personaggio era lì, sulla carta, già vivo e respirante. Resta da vedere se il pubblico italiano, abituato a eroi più rassicuranti, sarà pronto ad abbracciare un antieroe così scomodo, così umano nella sua imperfezione, così milanese nel suo vivere di superficie e abissi.

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