Le fatture della discordia: perché l’Italia dice no ai conti dell’ospedale di Sion

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il rogo del locale Constellation a Crans-Montana, costato la vita a 41 persone e causato decine di feriti tra cui molti giovani italiani, continua a gettare un’ombra lunga e tossica sui rapporti tra Roma e Berna. Se la tragedia, avvenuta nella notte di Capodanno, aveva subito acceso i riflettori sulle mancate misure di sicurezza e sulle responsabilità penali dei gestori, a distanza di mesi è un altro fronte, quello economico-sanitario, a innescare una nuova scossa diplomatica. L’elemento scatenante, come si è appreso nelle scorse ore, è rappresentato da alcune richieste di pagamento – definite dall’ambasciatore italiano Gian Lorenzo Cornado come di “importo assolutamente esorbitante” – che l’ospedale cantonale di Sion ha fatto recapitare alle famiglie delle vittime e, indirettamente, allo Stato italiano.

Non si tratta, va detto, di cifre simboliche. I conti, relativi a ricoveri di poche ore effettuati il primo gennaio, oscillano tra i 17mila e i 66mila franchi svizzeri, per un totale che supera abbondantemente i centomila euro. Un dettaglio macabro, quasi grottesco se non fosse per la serietà della situazione, è che su una di queste fatture campeggiasse persino la dicitura – forse un lapsus burocratico o una crudeltà involontaria – che la somma “non doveva essere pagata”. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, non ha usato mezzi termini per commentare l’accaduto, parlando di un “insulto oltre che una beffa” prodotto da una “burocrazia disumana”.

Ma al di là dell’indignazione politica, il fulcro dell’intricata vertenza risiede nell’interpretazione opposta che i due paesi danno delle norme europee in materia di assistenza sanitaria transfrontaliera. La Svizzera, attraverso l’Ufficio federale delle assicurazioni sociali (Ufas), ha fatto sapere che ritiene applicabili anche in questo caso le disposizioni sull’assistenza reciproca internazionale. Ciò significa che, secondo la lettura elvetica, le spese vive sostenute per le cure d’urgenza ai cittadini italiani rientrerebbero nel normale regime di rimborso tra casse malati, un automatismo amministrativo che prescinderebbe dalla natura dolosa o colposa dell’incidente.

Il muro di Roma tra reciprocità e “vergogna etica”

La replica di Roma, sostenuta dall’ambasciatore Cornado e dal governo, è stata perentoria e si fonda su un principio diametralmente opposto: quello della causalità e della responsabilità. L’Italia sostiene che equiparare le ustioni e i traumi riportati in una strage – causata, come emerso dalle indagini, da uscite di sicurezza sbarrate e dalla mancanza di controlli – a un normale “infortunio” da trattare come un banale conto tra assicurazioni sia semplicemente inaccettabile. “L’Italia non pagherà”, ha ribadito fermamente il capo della diplomazia italiana nel corso dell’incontro tenutosi a Martigny con il presidente del governo vallesano, Mathias Reynard.

A rafforzare la posizione italiana c’è poi l’arma della reciprocità, un argomento che pesa come un macigno sul tavolo delle trattative. Nel ricordare al governo del Vallese – la regione che ospita la stazione sciistica di Crans-Montana – i precedenti favori concessi, i rappresentanti italiani hanno sottolineato come l’ospedale Niguarda di Milano abbia curato per settimane due cittadini svizzeri (un uomo e una donna feriti sempre in incidenti), senza che nessuno in quell’occasione si azzardasse a presentare un conto. A ciò si aggiunge il supporto operativo della protezione civile valdostana, intervenuta con un proprio elicottero nelle ore immediatamente successive all’incendio per prestare soccorso, indipendentemente dalla nazionalità delle vittime.

Emerge quindi un braccio di ferro che va ben al di là della pur consistente cifra dei 108mila franchi richiesti. Per la Svizzera, mantenere fede ai meccanismi oggettivi della legge federale sugli infortuni (LAA) e dell’assicurazione LAMal è una questione di correttezza formale e di non discriminazione, mentre per l’Italia si tratta di una partita squisitamente morale. Da un lato, l’ambasciatore Cornado teme che possa trattarsi di un precedente pericoloso, l’apertura di una crepa attraverso la quale lo Stato italiano potrebbe vedersi recapitare presto nuove fatture anche per gli altri connazionali rimasti feriti. Dall’altro lato, le assicurazioni sociali elvetiche (con i loro meccanismi di franchigia e quote-parte a carico del paziente) sembrano ignorare – o fare finta di ignorare – che chi è sopravvissuto a quella notte non è un semplice “paziente”, ma il testimone di una carneficina.

L’ombra lunga della strage e le reazioni dei familiari

Mentre i due governi si scambiano reciproche notifiche e si affidano a futuri incontri per dirimere la questione, la tensione cresce in quelle case italiane dove il lutto per i propri cari si mescola ora all’amara sorpresa di vedersi recapitare una fattura. Fonti vicine ai familiari delle vittime hanno raccontato lo sconcerto di fronte a quella che è stata percepita come una vera e propria “doppia punizione”. “Ai nostri ragazzi hanno dato fuoco e adesso vogliono anche farci pagare il conto dell’ospedale” è il sentimento che riecheggia tra gli avvocati delle parti civili, i quali vedono in questa richiesta un tentativo di deresponsabilizzazione della struttura ricettiva e delle autorità locali.

La stessa magistratura italiana, che ha aperto un fascicolo per disastro colposo e omicidio colposo, guarda con attenzione a questi sviluppi. Sebbene le indagini siano concentrate sulle cause del rogo – si ipotizza che alcuni fuochi d’artificio o scintille abbiano innescato il materiale infiammabile all’interno del locale -10 –, il fronte assicurativo potrebbe influenzare i futuri eventuali risarcimenti. Se la Svizzera riuscisse a far valere il diritto al rimborso, il groviglio giudiziario si infittirebbe ulteriormente.

Per il momento, l’Ufficio federale della sanità pubblica svizzero ha cercato di gettare acqua sul fuoco, dichiarando che la priorità resta la cura dei feriti e che le fatture inviate sono solo “copie a scopo informativo”. Una precisazione che tuttavia non ha placato gli animi, dato che il meccanismo dell’istituzione comune Lamal – l’organo designato a gestire i rimborsi tra i diversi sistemi sanitari nazionali – è ancora in moto. L’ambasciatore Cornado, reduce dall’incontro con Reynard, ha chiesto l’intervento diretto del Dipartimento federale dell’interno per arrivare a una “soluzione bilaterale” definitiva che scongiuri il passaggio di denaro tra le casse dello Stato. In attesa che la politica trovi una quadra, i feriti e le loro famiglie restano sospesi in un limbo fatto di cure, dolore e, ora, di inaspettate e ingombranti scartoffie bancarie.

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