L’effetto Hormuz guida i rialzi in Europa, con il petrolio che non molla la presa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il trading di metà giornata sui principali listini del Vecchio Continente consegna un quadro sostanzialmente positivo, nonostante l’orizzonte geopolitico resti denso di nubi. Il Ftse Mib viaggia in progresso, allineandosi alla performance dei partner europei, in un contesto dove gli investitori – e si tratta di un aspetto cruciale – continuano a pesare due varianti opposte ma convergenti: da un lato il fragile filo diplomatico tra Stati Uniti e Iran, dall’altro i primi segnali (ancora timidi) provenienti dalla stagione delle trimestrali.

A sostenere il sentiment, paradossalmente, è proprio quel cauto ottimismo che aleggia attorno ai negoziati per lo Stretto di Hormuz. Le indiscrezioni secondo cui Teheran avrebbe proposto a Washington una riapertura del Canale, magari rimandando a un momento successivo il nodo del nucleare, hanno iniettato una dose di ossigeno sui mercati. Non è un dettaglio da poco: uno Stretto bloccato significa greggio a prezzi impennati e un’inflazione che, in Europa, rischia di diventare incandescente.

Il colpo di scena di Trump frena la tregua, ma i mercati guardano avanti

Il fine settimana, però, ha consegnato una doccia fredda diplomatica che meriterebbe di raffreddare gli entusiasmi. Il presidente americano Donald Trump ha annullato all’ultimo minuto il viaggio dei suoi inviati a Islamabad, tra cui spiccano i nomi di Steve Witkoff e del genero Jared Kushner, sostenendo che l’offerta iraniana fosse “inadeguata”. Con la consueta enfasi, ha ribadito di avere “tutte le carte in mano”, lasciando la porta aperta a una telefonata ma chiudendo di fatto la porta alla diplomazia sul campo.

E qui sta il dato saliente della giornata: nonostante questo scacco, le Borse non hanno affondato. Anzi, Francoforte sale dello 0,84% e Parigi guadagna terreno, mentre Londra si mantiene sostanzialmente stabile. Sembra quasi che il mercato abbia metabolizzato la retorica muscolare di Trump, preferendo concentrarsi sul contenuto delle trattative di basso profilo che proseguono sui canali paralleli, come dimostra l’attivismo del ministro iraniano Abbas Araghchi tra Oman e Russia.

Petrolio a mille, le tech americane chiamano

Il vero motore di questa risalita resta il comparto energetico, che a Milano brilla grazie ai colossi come Saipem (+4,61%) e Tenaris, trainate da un Brent che non accenna a scendere sotto la soglia psicologica dei 100 dollari, attestandosi intorno ai 106 dollari al barile. Lo shock dell’offerta derivante dal blocco di Hormuz sta riscrivendo i bilanci delle major, e finché lo Stretto resterà un collo di bottiglia, per il settore oil & gas sarà pioggia.

Lo sguardo degli analisti, tuttavia, è già proiettato oltre l’Atlantico. Questa settimana, infatti, non si parlerà solo di petrolio. Peseranno come macigni le riunioni delle banche centrali (Federal Reserve e Bce su tutte) e, forse ancor più, i conti dei giganti della tecnologia americana. Apple, Microsoft, Amazon e Meta sono pronte a scendere in campo, e i loro numeri – in un mercato drogato dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale – potrebbero ridisegnare le gerarchie degli investimenti globali.

Francoforte tallona Milano, lo spread vigila

In questo mosaico, Piazza Affari tiene botta con un progresso dello 0,66%, sospinta oltre che dall’energia anche dalle banche e da alcune industriali. Occhi puntati su Generali, che viaggia sul filo dei massimi storici in un’altalena di voci di risiko, e su Moncler, solida nel lusso. Francoforte tallona da vicino, mentre lo spread Btp-Bund si mantiene composto a 79 punti base: un termometro che, per ora, non registra febbre.

La seduta, insomma, racconta la storia di un mercato che ha imparato a convivere con l’incertezza. Finché le armi tacciono e le diplomazie (seppur tra strappi e veti) restano in contatto, il denaro continua a fluire. Resta però nell’aria la sensazione che questa calma sia solo la quiete prima di una tempesta finanziaria – o forse, semplicemente, la nuova normalità di un’economia di guerra.

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