Gaza senza cibo e acqua, l'ong padovana prova a intervenire tra critiche e scanner facciali
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Redazione Esteri
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La proposta israeliana di distribuire gli aiuti alimentari a Gaza solo dopo l’identificazione tramite riconoscimento facciale ha sollevato un muro di critiche da parte delle Nazioni Unite, che la definiscono «incompatibile con i principi umanitari». Un sistema che, secondo l’Agenzia per gli affari umanitari (Ocha), trasformerebbe la sopravvivenza in un privilegio condizionato da logiche di controllo, escludendo chi non è registrato o non può accedere alla tecnologia necessaria. Mentre il governo israeliano insiste sulla necessità di evitare che gli aiuti finiscano nelle mani di Hamas, le organizzazioni internazionali sottolineano come quel meccanismo rischi di aggravare ulteriormente la crisi, già al limite del collasso.
In questo contesto, l’Associazione per la Cooperazione Solidale (ACS), ong padovana attiva da anni nella striscia di Gaza, cerca di garantire sostegno alla popolazione sfuggendo alle dinamiche politiche. Sami Abuomar, coordinatore locale dell’organizzazione, racconta le difficoltà quotidiane: «Distribuiamo ciò che possiamo, ma i checkpoint e le restrizioni rendono tutto più complicato». Senza entrare nel merito delle polemiche, l’ACS opera in prima linea, cercando di aggirare gli ostacoli burocratici che rallentano gli aiuti.
Intanto, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ribadisce il sostegno al piano statunitense per gli aiuti umanitari, che esclude però un coinvolgimento diretto di Israele. Una posizione che stride con le accuse di Marco Travaglio, secondo cui il blocco degli aiuti a Gaza rappresenterebbe «una scelta criminale», al punto da minare persino i rapporti tra Netanyahu e Trump. Le parole del direttore de Il Fatto Quotidiano, pronunciate durante la trasmissione Accordi&Disaccordi, riflettono il clima teso attorno alla questione, mentre la popolazione gazawa affronta una carestia senza precedenti.




