Un convoglio diplomatico per Gaza: l’appello di 760 ong contro la carestia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   "Intervenire è un imperativo categorico umanitario". Lo ripetono, con parole quasi identiche, settecentosessanta organizzazioni non governative che da ogni angolo del mondo – dal Cile alla Corea – chiedono l’immediato sblocco degli aiuti fermi a Rafah. Tremila camion, 116mila tonnellate tra cibo, acqua e medicine, giacciono inutilizzati mentre Gaza, ormai dichiarata zona di carestia, sprofonda in una crisi senza precedenti. La proposta è chiara: un convoglio scortato da rappresentanze diplomatiche, l’unica garanzia per assicurare che gli aiuti raggiungano chi ne ha bisogno.

Rosalia Bollen, portavoce dell’Unicef nella Striscia, conferma ciò che i dati già raccontano: "C’è cibo soltanto per un bimbo su tre". Se da un lato l’arrivo di nuovi aiuti alimentari è una timida speranza, dall’altro è "una goccia nel mare", incapace di compensare l’aggravarsi della malnutrizione infantile. Ogni parola, in quelle chiamate da Gaza, viene pesata. Bollen lo sa bene: basta un pretesto, un equivoco, perché quel flusso già esiguo venga interrotto di nuovo.

Intanto, il Programma Alimentare Mondiale denuncia il saccheggio di quindici camion, depredati in un raid notturno che ha lasciato dietro di sé almeno otto morti. "Fame, privazione e ansia per gli aiuti stanno alimentando l’insicurezza", avverte l’organizzazione. E mentre le chiamate disperate degli ostaggi – numeri sconosciuti, voci spezzate – continuano a moltiplicarsi, le autorità israeliane invitano a bloccarli, aggiungendo un ulteriore strato di complessità a una crisi già ingestibile.

Chiara Lodi, operatrice umanitaria carpigiana di Medici senza Frontiere, rientrata da Gaza ad aprile dopo una missione di quasi due mesi, non usa mezzi termini: "Gaza è una prigione a cielo aperto". Con oltre venti missioni alle spalle, la coordinatrice medica descrive un luogo dove il cibo è razionato e persino la speranza scarseggia. "Non c’è nulla, neppure la possibilità di immaginare un domani", aggiunge, mentre racconta di ospedali al collasso e di bambini che non sanno più cosa significhi essere sazi.

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