Il trionfo, la multa e la revoca: il giallo regolamentare che avvolge l’ennesimo dominio di Pogacar alla Liegi

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La testa che ciondola, le spalle che si ingobbiscono nella fatica inutile di chi prova a resistere: questa, ormai, è l’istantanea che Tadej Pogačar regala ai suoi avversari ogni volta che decide che è arrivato il momento di fare sul serio. Paul Seixas, il giovane francese che sulla Roche-aux-Faucons ha provato a giocarsi il tutto per tutto, è l’ultimo della lunga lista di gregari di lusso costretti a cedere il passo a quello che ormai è un fenomeno generazionale. Lo sloveno, con la sua quarta affermazione alla Liegi-Bastogne-Liegi (la terza consecutiva), ha ribadito un concetto semplice: se partecipa e decide di spingere sui pedali, vince. Quasi sempre. E lo fa non più limitandosi ai Grandi Giri di tre settimane, ma estendendo il suo “visto” anche sui dossi delle Ardenne e sulle strade delle grandi classiche di primavera, dove la sua maglia iridata è ormai un simbolo di resa per il resto del plotone. Eppure, curiosamente, esiste una zona d’ombra in questo dominio solare, un’eccezione che conferma la regola: la Parigi-Roubaix, l'Inferno del Nord, rimane l’unico Monumento a dirgli ancora di no. Proprio poche settimane fa, il tentativo di conquistare il quinto sigillo (dopo Sanremo e Fiandre) si è infranto contro la legge del pavé e la resilienza di Wout van Aert, un muro umano alto quanto la leggenda di quella corsa. Una beffa per uno che, sulla carta, sembra aver risolto ogni equazione ciclistica, ma che su quei tratti di pietre squadrate trova ancora un avversario alla sua altezza.

Ma torniamo alla domenica perfetta, quella che doveva semplicemente celebrare l’ennesimo capolavoro sulle strade belghe. Invece, proprio quando i riflettori si stavano spegnendo, la perfezione si è incrinata per un motivo che poco ha a che fare con la potenza dei muscoli e molto con le pieghe – letteralmente – del tessuto. La giuria dell’Unione Ciclistica Internazionale, al termine della premiazione, ha notato un dettaglio che a molti era sfuggito: il posizionamento delle scritte degli sponsor sulla maglia iridata indossata da Pogačar non rispettava i parametri millimetrici imposti dal regolamento. Per questo “errore di stile”, è scattata una multa salatissima da 5.000 franchi svizzeri, una cifra decisamente anomala se paragonata alle solite ammende per infrazioni vestimentarie. La domanda che subito ha cominciato a circolare, come un vento freddo nelle valli delle Ardenne, era spontanea: com’è possibile che gli stessi ocuti giudici non si fossero accorti dello stesso dettaglio nelle corse precedenti, come la Sanremo o il Giro delle Fiandre? Lo stesso Pogačar aveva sfoggiato il medesimo kit senza che nessuno sollevasse obiezioni, eppure proprio nella domenica del trionfo è arrivata la doccia fredda della sanzione.

Il caso sembrava destinato a inquinare la narrazione di un successo storico, almeno sui giornali del giorno dopo, ma a notte fonda il copione è tornato a scriversi a favore del campione sloveno. La multa, con la stessa rapidità con cui era stata comminata, è stata revocata. Il dietrofront della giuria ha aperto scenari quasi più imbarazzanti della sanzione stessa: se l’infrazione era evidente, perché ritirarla? Se non lo era, perché comminarla? Secondo alcune indiscrezioni raccolte dalla stampa specializzata, il rebus potrebbe risiedere in una complicata interpretazione delle norme sull’abbigliamento. Pare che il problema non fosse tanto lo spazio tra i loghi e le bande arcobaleno sul petto (come inizialmente ipotizzato), ma un dettaglio relativo alla manica lunga della maglia indossata durante la presentazione della squadra, che presentava un richiamo a uno sponsor personale. Il nodo, a quanto pare, riguarderebbe l’applicazione di una vecchia norma quando ormai le linee guida sono state aggiornate: una svista burocratica, insomma, costata un attimo di apprensione ma risoltasi in un nulla di fatto formale. Uno stillicidio regolamentare che, se da un lato rivela la rigidità quasi maniacale del ciclismo delle certezze, dall’altro dimostra la flessibilità – a tratti persino troppo discrezionale – con cui queste stesse regole vengono applicate ai campioni.

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