Il ritorno della paura: studenti in piazza contro il riarmo e lo spettro della leva

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un tam tam silenzioso, quello partito dai banchi di scuola e dalle aule universitarie, ha attraversato l’Italia ieri, trovando il suo epicentro simbolico davanti alla Prefettura di Milano, in corso Monforte, dove un gruppo di studenti ha alzato uno striscione dal messaggio tanto lapidario quanto radicale: «Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo». La mobilitazione, che si inserisce in una giornata di agitazione nazionale coordinata dalla Rete degli studenti medi e dall’Unione degli universitari, ha portato centinaia di giovani in piazza non solo nel capoluogo lombardo, ma in una miriade di città che spaziano da Roma a Bologna, da Torino a Napoli, da Pisa ad Agrigento, fino a Verona e Venezia. Un’ondata di dissenso, quella che si è vista, che ha scelto una data tutt’altro che casuale: il 5 marzo, giornata istituita nel 2022 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite per la consapevolezza sul disarmo e la non proliferazione. La scelta di scendere in strada proprio in questa ricorrenza, del resto, non è un dettaglio formale, ma rappresenta la volontà di connettere le paure del presente a un quadro normativo internazionale che, almeno nelle intenzioni, vorrebbe spingere nella direzione opposta a quella che i giovani denunciano.

A Milano, come in altre piazze, le ragioni della protesta sono apparse chiare sin dalle prime dichiarazioni. Angela Verdecchia, coordinatrice nazionale della Rete degli studenti medi, ha raccontato il clima che si respira tra le nuove generazioni, parlando di un terrore diffuso, di una sensazione di precarietà esistenziale che viene alimentata quotidianamente da un flusso ininterrotto di notizie terribili. Non si tratta, a suo dire, di un semplice rifiuto ideologico della guerra, ma di una paura concreta e vissuta, che si intreccia con l’incertezza lavorativa e la mancanza di prospettive. Una paura, questa, che trova il suo contraltare in quelle che gli studenti definiscono come scelte politiche miopi, orientate a dirottare risorse pubbliche verso il settore bellico piuttosto che verso l’istruzione e il welfare. L’accusa mossa dai manifestanti è precisa: si sta normalizzando una narrazione militarista, un linguaggio bellicista che, partendo dai dibattiti parlamentari e dalle dichiarazioni di alcuni esponenti del governo, rischia di permeare anche gli spazi della formazione, quelli che dovrebbero essere deputati alla crescita del pensiero critico.

Un’Europa in armi e la mobilitazione dei giovani tedeschi

La protesta italiana, però, non è un fenomeno isolato, ma si inserisce in un contesto europeo ben più ampio e preoccupante agli occhi degli attivisti. La mobilitazione del 5 marzo, infatti, è stata volutamente sincronizzata con lo sciopero studentesco in Germania, dove da settimane migliaia di ragazzi stanno manifestando contro una riforma del servizio militare che, pur senza reintrodurre formalmente la leva obbligatoria, ha riaperto scenari che si credevano sepolti. La nuova legge tedesca, come hanno ricordato gli stessi organizzatori durante i presidi, prevede che a partire da quest’anno tutti i diciottenni ricevano un questionario volto a determinare il loro grado di idoneità e, soprattutto, la loro motivazione rispetto a un eventuale arruolamento. Un meccanismo, questo, che di fatto crea un bacino di potenziali reclute, lasciando al parlamento la facoltà di reintrodurre la coscrizione obbligatoria con una successiva legge qualora gli obiettivi di reclutamento volontario non venissero raggiunti. Ed è proprio questo modello, questa deriva percepita come inesorabile, che gli studenti italiani vedono profilarsi all’orizzonte anche per il nostro paese, alimentando lo spettro di un futuro in cui la divisa potrebbe tornare a essere una prospettiva concreta per i diciottenni.

Il riferimento al contesto tedesco, peraltro, non è che uno dei tasselli di un quadro europeo in rapida trasformazione. Le proteste studentesche, infatti, si inseriscono in un più ampio movimento di opposizione ai piani di riarmo dell’Unione europea, piani che i giovani percepiscono come una risposta miope e squilibrata alle tensioni geopolitiche internazionali. Mentre i leader europei discutono di aumentare la spesa militare e di potenziare l’industria bellica del continente, gli studenti chiedono a gran voce che quelle stesse risorse vengano investite nell’istruzione, nella sanità e nella ricerca. Un’alternativa secca, quella che propongono, che non ammette mediazioni: i soldi pubblici, dicono, devono servire a costruire il futuro, non a finanziare macchine progettate per distruggerlo.

Dalla teoria alla pratica: i presidi in Arsenale e le iniziative locali

La giornata di mobilitazione, lungi dall’essere un fenomeno circoscritto ai grandi centri urbani, ha toccato anche realtà più piccole ma non meno significative. Alla Spezia, ad esempio, una cinquantina di studenti delle scuole superiori ha organizzato un presidio davanti all’Arsenale della Marina Militare, un luogo dal forte valore simbolico, cuore pulsante della cantieristica militare italiana. L’iniziativa, battezzata "War on war - il futuro non si arruola" e promossa dall’Unione degli Studenti, ha visto i giovani radunarsi per ribadire il loro rifiuto di un orizzonte esistenziale segnato dalla guerra. Laura Muzio, portavoce dell’organizzazione, ha sottolineato come la protesta fosse parte di una mobilitazione europea più ampia, nata per contrastare l’ipotesi di reintroduzione della leva ventilata in molti paesi. Un messaggio chiaro, il suo, che rivendica una scuola lontana dalle logiche delle aziende belliche, un luogo che parli di diritto alla vita piuttosto che di strategie di difesa. Allo stesso modo, a Pisa, un presidio davanti alla Prefettura è stato organizzato da Cambiare Rotta, con il sostegno di Potere al Popolo. Qui gli attivisti hanno voluto esprimere solidarietà ai coetanei tedeschi in sciopero, criticando apertamente quelle che hanno definito scelte guerrafondaie del governo e l’allineamento italiano alle direttive Nato, con il conseguente aumento della spesa militare al due per cento del Pil.

Non sono mancati, in questa geografia della protesta, episodi che raccontano di un conflitto che si gioca anche all’interno delle mura accademiche. All’Università di Salerno, il collettivo studentesco Link Fisciano ha rivendicato un importante successo: l’annullamento di un evento che avrebbe dovuto ospitare Leonardo S.p.A., una delle principali aziende del settore della difesa. Un risultato, questo, definito dagli studenti come frutto della mobilitazione e della pressione esercitata dalla comunità universitaria. L’associazione ha parlato di un’università che deve rimanere libera da condizionamenti e interessi legati all’industria bellica, ribadendo la necessità che gli atenei tornino a essere luoghi di sapere critico e autonomo, non bacini di reclutamento per future leve di un esercito in espansione. Un episodio, quello di Salerno, che dimostra come la tensione sul tema del riarmo non sia solo una questione di piazza, ma stia entrando prepotentemente nel dibattito culturale e formativo del paese.

Il peso delle dichiarazioni e la risposta dei ragazzi

Ad alimentare la mobilitazione, come detto, hanno contribuito in maniera sostanziale alcune uscite pubbliche di esponenti del governo, in particolare del ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha più volte evocato la possibilità di un ritorno alla leva militare, seppur in forma volontaria, sul modello di altri paesi europei. Dichiarazioni che gli studenti hanno interpretato come un tentativo di normalizzare l’arruolamento, di presentarlo come una soluzione alla crisi occupazionale giovanile. Un paradosso inaccettabile, per i ragazzi scesi in piazza, che si vedono offrire un futuro in divisa dopo essere stati condannati per anni alla precarietà lavorativa e alla mancanza di tutele. Il messaggio è chiaro: non si diventa soldati per disperazione, e la scuola non può diventare un ufficio di collocamento per le Forze Armate. I ragazzi della Rete degli studenti medi lo ripetono con forza: rifiutano questa prospettiva e non accetteranno che le aule scolastiche e gli atenei si trasformino in luoghi di propaganda militare.

In questo clima di crescente tensione, anche la cittadinanza ha iniziato a mobilitarsi, seppur con toni e modalità diverse. A Genova, in piazza De Ferrari, oltre duecento persone hanno partecipato a un presidio contro la guerra, organizzato dal collettivo studentesco Osa. In quell’occasione, la protesta ha assunto toni più accesi, con alcuni manifestanti che hanno bersagliato con uova e ortaggi dei cartonati raffiguranti la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il ministro Crosetto e il presidente americano Donald Trump. Un gesto simbolico, quest’ultimo, che evidenzia come la critica non si limiti alle politiche nazionali, ma si estenda a quelle che vengono percepite come dinamiche di sudditanza dell’Europa e dell’Italia rispetto agli Stati Uniti e alla Nato. La paura di un’escalation bellica, alimentata dai conflitti in Medio Oriente e dalle nuove tensioni internazionali, sta dunque saldando un fronte eterogeneo che, partendo dagli studenti, sembra allargarsi a macchia d’olio, portando con sé un interrogativo di fondo che aleggia sulla discussione pubblica: stiamo davvero tornando a un mondo in cui la guerra torna a essere un’opzione praticabile e, con essa, la richiesta ai giovani di imbracciare un fucile?

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