Electrolux, il vento gelido dell'est e l'abbraccio (strategico) di Pechino: cresce l'ansia per Porcia e Susegana
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Redazione Economia
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Nel silenzio dei mercati finanziari, rotto solo dal tonfo del titolo in Borsa—che a Stoccolma ha ceduto oltre il 24% nelle ultime ore—e nelle pieghe dei comunicati stampa che annunciano riassetti epocali, cresce la preoccupazione per il futuro degli stabilimenti Electrolux di Porcia, in provincia di Pordenone, e Susegana, nel Trevigiano. La multinazionale svedese, impegnata in una complessa operazione di ridimensionamento globale che prevede un aumento di capitale da 9 miliardi di corone (circa 830 milioni di euro) e la previsione di 3 mila esuberi in due anni, ha acceso un faro critico su queste due eccellenze del Nordest, dove l’occupazione diretta conta oltre 2.500 addetti. Una serie di manovre, queste, che rivelano la fragilità di un modello di produzione occidentale sempre più stretto tra la stagnazione della domanda e l’aggressività dei concorrenti asiatici.
Il ritiro dall'Ungheria e il patto con Midea
Il “gigante del freddo”, come viene definito il gruppo, ha già dato il via a una significativa ritirata strategica, abbandonando lo stabilimento di Jászberény, in Ungheria, dove 600 lavoratori producevano frigoriferi da incasso e a libera installazione. Una parte di quella capacità produttiva, lo si apprende dalle comunicazioni ufficiali, verrà trasferita in Cina, non solo per approfittare di costi più bassi, ma anche per cementare un’intesa senza precedenti con Midea Group. Proprio con questo colosso—che in passato aveva già manifestato più volte un interesse concreto, se non addirittura mire espansionistiche sulla stessa Electrolux—il gruppo svedese ha deciso di creare una piattaforma industriale condivisa per il mercato nordamericano. L’accordo, che si tradurrà in joint venture per la produzione di lavatrici e sistemi di refrigerazione, impone a Electrolux di assorbire costi di riorganizzazione per circa 2,4 miliardi di corone nel secondo trimestre, un sacrificio ritenuto necessario per arginare l’emorragia di vendite negli Stati Uniti, dove si registra un crollo organico dell’11,6%.
Conti in rosso e la reazione dei sindacati
La situazione finanziaria che ha scatenato questa girandola di alleanze e dismissioni appare oggettivamente critica. Nel primo trimestre dell’anno, i ricavi del gruppo sono scesi a 29.543 milioni di corone, segnando un calo del 9%, e il risultato operativo è piombato in profondo rosso per 266 milioni, un peggioramento drammatico se confrontato con l’utile di 452 milioni dello stesso periodo dell’anno precedente. Le ripercussioni sul territorio italiano non hanno tardato a manifestarsi sul piano sociale. Roberto Zaami, segretario generale della Uilm di Pordenone, non usa giri di parole nel definire il contesto attuale «una forte pressione», interpretando le ultime mosse del gruppo come «un primo segnale che la situazione è critica». I rappresentanti dei lavoratori chiedono a gran voce la convocazione di un tavolo di settore al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, temendo che la perdita di competitività che affligge i conti del gruppo possa presto tradursi in una riduzione dell’operatività negli stabilimenti triveneti.
La suspense industriale nel Nordest
Per quanto riguarda Porcia e Susegana, il presente è già segnato da un calo evidente dei volumi produttivi, mentre il futuro appare appeso a un filo sottilissimo. A Porcia, dove si assemblano lavatrici e lavasciuga, il ridimensionamento è già in atto; a Susegana, nonostante i recenti investimenti nei reparti iperautomatizzati del progetto Genesi, la produzione di frigoriferi fatica a raggiungere i volumi target a causa della contrazione progressiva della domanda. Unico segnale concreto all'orizzonte è la convocazione delle rappresentanze sindacali per l'11 maggio a Marghera, nella sede di Confindustria Veneto Est, dove la direzione delle relazioni industriali di Electrolux Italia illustrerà i dettagli del «piano di ottimizzazione e revisione organizzativa». Un appuntamento, questo, che si preannuncia come un vero e proprio spartiacque per migliaia di famiglie, in attesa di capire se il progetto di salvataggio dell’alleanza con i cinesi lascerà spazio all’orgoglio produttivo del made in Italy o se, al contrario, ne decreterà il lento declino.




