Electrolux, il Nordest trema per gli stabilimenti di Porcia e Susegana
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Redazione Economia
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Il tessuto industriale del Nordest, da sempre abituato a reggere l’urto delle crisi globali, mostra ora segnali di forte apprensione di fronte al futuro degli stabilimenti Electrolux di Porcia, in provincia di Pordenone, e di Susegana, nel Trevigiano. A innescare questa fase di incertezza, che i rappresentanti sindacali descrivono senza mezzi termini come “delicata”, è il progressivo peggioramento dei conti del gruppo svedese unito ad alcune scelte strategiche annunciate recentemente a livello mondiale. Si parla apertamente di un calo dei volumi produttivi ormai strutturale, e le prospettive, ammettono le stesse sigle, non appaiono affatto rassicuranti.
«Preoccupazione: il contesto attuale mette in forte pressione l’intero sistema», ha dichiarato Roberto Zaami, segretario generale della Uilm di Pordenone, il quale interpreta le ultime mosse del gruppo come «un primo segnale che la situazione è critica». Un giudizio, il suo, che non nasce dal vuoto, bensì da due annunci arrivati direttamente dalla Svezia: la chiusura dello stabilimento di Jászberény, in Ungheria, con conseguente trasferimento di una parte della produzione verso la Cina; e un accordo di partenariato, definito “strategico e di lungo periodo”, con la cinese Midea Group. Quest’ultima, va ricordato, ha più volte manifestato in passato un interesse concretissimo per la multinazionale svedese, arrivando perfino a valutare tentativi di acquisizione.
Conti in rosso e un aumento di capitale che spaventa i mercati
A拌are ulteriormente le acque, naturalmente, ci hanno pensato i numeri dell’ultimo trimestre. Il fatturato è calato del 9%, passando da 32.576 milioni di corone svedesi a 29.543 milioni, mentre le vendite hanno subito una flessione dello 0,5%. Un quadro, questo, che ha provocato un crollo del titolo alla Borsa di Stoccolma, con una perdita che ha superato il 24% in una sola seduta. A sorprendere negativamente gli analisti non è stato soltanto il rosso di bilancio, ma anche l’annuncio – giunto a sorpresa – di un aumento di capitale da 9 miliardi di corone, equivalenti a circa 830 milioni di euro. Tutte misure che, nelle intenzioni del management, dovrebbero rientrare in un più ampio piano di riassetto, ma che nell’immediato rischiano di generare più costi che benefici.
La mossa su Stati Uniti e Ungheria, e il nodo dei tremila esuberi
La strategia di Electrolux, insomma, passa attraverso una doppia riorganizzazione geografica. Da un lato l’addio all’Ungheria – un taglio netto – e dall’altro l’intesa con Midea per tentare di rilanciare il mercato americano, dove la concorrenza si è fatta negli ultimi anni particolarmente aggressiva. L’accordo con la società cinese, che giunge in un momento storico già complicato dalla debolezza dei consumi, prevede inoltre una riduzione complessiva fino a 3mila posti di lavoro a livello globale. Una cifra, quella degli esuberi, che pesa come un macigno sulle trattative che si apriranno nei prossimi mesi per i siti italiani, soprattutto alla luce del fatto che Porcia e Susegana non sono certo tra i poli a minor costo di produzione del gruppo.
L’incognita per i lavoratori del Nordest: tra calo di volumi e scelte globali
I sindacati locali, pur evitando toni drammatici, sottolineano come il combinato disposto tra il taglio dei volumi, la fuga dalla produzione in Ungheria e la nuova alleanza con Midea rappresenti un cambio di passo netto rispetto al passato. La sensazione, al momento, è che lo spazio di manovra per la contrattazione italiana si sia ridotto drasticamente. E se a Stoccolma il crollo del titolo fotografa la sfiducia degli investitori, a Porcia e Susegana la sfiducia è ben più concreta: riguarda la tenuta stessa dei reparti, le linee di montaggio, le migliaia di famiglie che dipendono da un colosso che ha deciso di ripartire dalla Cina e dagli Stati Uniti, quasi come se l’Europa fosse ormai un dettaglio secondario nel disegno industriale.




