La giudice Ercolini e l’ipotesi dell’omicidio simulato: la svolta dopo l’incidente probatorio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Pesaro, quella mattina di Santo Stefano del 2022 – era il 26 dicembre – doveva essere soltanto il triste epilogo di una depressione silenziosa. La voce tra i vicini era corsa veloce: «La giudice si è ammazzata». I conoscenti la descrivevano come una donna alta, mora, schiva e in gamba, un ritratto che mal si sposava con l’immagine del corpo senza vita di Francesca Ercolini, presidente della seconda sezione civile del tribunale di Ancona, trovata impiccata alla ringhiera interna dell’appartamento di viale Zara.

A dare l’allarme quel giorno furono il marito, l’avvocato Lorenzo Ruggeri, e il figlio allora sedicenne; per loro, una scoperta traumatica che nelle prime fasi investigativa non aveva lasciato spazio a dubbi: la Procura, almeno inizialmente, propendeva per il suicidio, un’ipotesi che sembrava trovare conforto in un clima familiare apparentemente normale.

La tenacia di una madre e il primo ribaltone giudiziario

Se il caso è rimasto aperto, lo si deve soprattutto all’intuito – o forse alla disperata ostinazione – di Carmela Fusco, la madre della giudice. Lei non ha mai accettato la versione ufficiale, tanto da spingere la Procura dell’Aquila a riaprire il fascicolo e a disporre la riesumazione della salma. Da quel momento, il quadro è cambiato radicalmente: il marito è finito nel registro degli indagati, dapprima per istigazione al suicidio e depistaggio, poi con l’accusa ben più pesante di omicidio volontario aggravato dal legame familiare.

Non è solo, perché con lui, in concorso nel medesimo reato, è indagato anche un ex ispettore di polizia, un amico di famiglia la cui posizione è al momento coperta da riserbo.

L’incidente probatorio di Roma e i segni incompatibili sul collo

L’udienza-chiave si è tenuta all’obitorio del Policlinico Umberto I di Roma, dove attualmente si trova il corpo della magistrata molisana. Al termine dell’incidente probatorio, non sono arrivate dichiarazioni ufficiali né dal pubblico ministero Roberta D’Avolio né dai consulenti di parte, ma è trapelata una verità tecnica scomoda per la difesa.

Il professor Vittorio Fineschi, legale dell’accusa che ha già depositato una poderosa perizia di 450 pagine, ha evidenziato una discrasia decisiva: il solco presente sul collo della vittima non sarebbe compatibile con il lungo foulard di seta trovato annodato alla ringhiera. In pratica, secondo questa lettura, qualcuno avrebbe tentato di simulare un impiccamento volontario per coprire un gesto molto più violento, verosimilmente uno strangolamento.

Il nodo dei cavi elettrici e la difesa di Ruggeri

Nel mirino degli inquirenti sono finite alcune lampade sequestrate nell’abitazione, o meglio i loro cavi elettrici. L’ipotesi investigativa, suffragata dai primi riscontri del RIS, è che proprio quei fili possano essere stati l’arma del delitto, successivamente sostituita con la stoffa per orientare le indagini verso il suicidio. Tuttavia, su questo punto cruciale, le versioni restano distanti e al momento inconciliabili.

Lorenzo Ruggeri, che si proclama innocente parlando di una «gogna mediatica» senza fine, ha fornito la sua contro-deduzione: «Se sono stato io – ha dichiarato – a consegnare spontaneamente quelle lampade con i cavi al pubblico ministero, quando sono venuti a Pesaro lo scorso marzo». Il suo legale, d’altra parte, sostiene che dai primi esami non emergerebbe alcuna manomissione dei collegamenti tra le pesanti basi di peltro e i cavi, elementi che renderebbero improbabile un loro utilizzo alternativo.

La scena del crimine sotto la lente del RIS

Per dirimere la controversia, i prossimi giorni saranno decisivi. Gli specialisti della Polizia Scientifica torneranno nella casa di viale Zara per un nuovo sopralluogo, necessario a ricostruire con precisione millimetrica la dinamica. Si dovrà accertare, tra le altre cose, se la donna avesse la possibilità fisica di salire in equilibrio sulla ringhiera e compiere il gesto da sola, oppure se il corpo sia stato posizionato lì in un secondo momento.

Il rebus giudiziario, che ormai coinvolge formalmente sei persone (tra cui anche il medico legale che eseguì la prima autopsia e vari ufficiali accusati di depistaggio), si avvia verso un’udienza decisiva fissata per il 22 settembre davanti al gip Marco Billi. Fino ad allora, il destino dell’avvocato Ruggeri e del suo amico ex ispettore resta sospeso tra la versione della messinscena ordita e la protesta di innocenza di chi si sente stritolato da un meccanismo accusatorio ormai inarrestabile.

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