La spesa militare globale tocca i 2.718 miliardi, record storico nel segno delle tensioni
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Redazione Esteri
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Per la decima volta consecutiva, la spesa militare mondiale ha segnato un incremento, raggiungendo nel 2024 la cifra senza precedenti di 2.718 miliardi di dollari, pari a un balzo del 9,4% rispetto all’anno precedente. Lo rivela il rapporto annuale dello Sipri, l’Istituto internazionale di ricerca per la pace di Stoccolma, che sottolinea come l’aumento – il più marcato dalla fine della Guerra Fredda – sia trainato dall’acuirsi dei conflitti in Ucraina e Medio Oriente, nonché dalla competizione strategica in Asia. Se tra il 2015 e il 2024 la crescita complessiva è stata del 37%, è soprattutto l’ultimo biennio a mostrare un’accelerazione preoccupante, con tutte e cinque le regioni geografiche del mondo coinvolte in questa corsa agli armamenti.
Gli Stati Uniti, da soli, hanno contribuito per il 37% del totale globale, destinando 997 miliardi di dollari alla difesa, con un aumento del 5,7% rispetto al 2023. Ma è l’Europa, complice la guerra alle porte orientali, a registrare i cambiamenti più significativi. La Germania, dopo aver approvato un fondo straordinario da 100 miliardi per riarmare le proprie forze, ha superato il Regno Unito, collocandosi al quarto posto mondiale con 77,8 miliardi di euro spesi nel 2024. Una cifra che, per la prima volta, supera la soglia del 2% del Pil richiesta dalla Nato, mentre il continente nel suo insieme – fatto emblematico – ha superato gli stessi Stati Uniti negli acquisti di armamenti.
Sul fronte asiatico, la Cina mantiene una crescita costante, seppur meno esplosiva rispetto al passato, consolidandosi come secondo attore globale dopo Washington. La Russia, nonostante le sanzioni e gli sforzi bellici in Ucraina, ha continuato a destinare risorse ingenti al settore militare, sebbene i dati precisi rimangano parzialmente opachi. Intanto, anche Paesi tradizionalmente neutrali o a basso profilo strategico hanno rivisto al rialzo i propri budget, segnale di un clima internazionale sempre più polarizzato.
L’industria bellica europea, dal canto suo, ha vissuto una riconversione senza precedenti: stabilimenti un tempo dedicati alla produzione automobilistica hanno virato verso la fabbricazione di armamenti, accelerata ancor prima del varo ufficiale del Piano ReArm EU. Una trasformazione che, se da un lato risponde a esigenze contingenti, dall’altro solleva interrogativi sulle priorità di un continente storicamente votato alla cooperazione.




