Pupi Avati e la marcia di Venezia: «Boicottare il cinema non porta pace»
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Redazione Interno
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Pupi Avati, con un sorriso amaro che gli increspa le labbra, osserva la scena da lontano, mantenendo quella distanza critica che ha sempre caratterizzato la sua lunga carriera. «Ma davvero pensiamo che una marcia a Venezia durante la Mostra del Cinema possa cambiare le cose?», si chiede, lasciando intendere un profondo scetticismo verso le manifestazioni di piazza, che giudica spesso come espressioni di un pensiero omologato. Lui, che si definisce un «cane sciolto», politicamente e cinematograficamente alternativo da sempre, avanza peraltro una riflessione più ampia sull’efficacia di certi gesti.
La protesta in questione, organizzata dal collettivo Venice4Palestine, ha visto sfilare lungo il Lido circa cinquemila persone – con altre in attesa di raggiungere la manifestazione sui vaporetti – dall’imbarcadero di Santa Maria Elisabetta fino alla Cittadella del cinema, dietro allo striscione che recitava “STOP GENOCIDE”. Un appello, sottoscritto da duecentocinquanta realtà associative del territorio, che ha raccolto l’adesione di una parte significativa degli addetti ai lavori e di numerosi volti noti, dai registi Damiano e Fabio D’Innocenzo all’attrice Emanuela Fanelli, fino a Tecla Insolia, Valentina Bellè, Benedetta Porcaroli, Laura Poitras e Zerocalcare.
Quella che doveva essere una semplice mobilitazione di solidarietà è però rapidamente degenerata in un caso studio sui pericoli del «virtue signalling», l’adesione superficiale a cause nobili per mera apparenza. Molti firmatari, come ha ammesso lo stesso Carlo Verdone con una battuta («Mi hanno tirato in mezzo»), si sono ritrovati in una posizione scomoda, favorevoli alla Palestina ma contrari all’esclusione di artisti israeliani come Gal Gadot e Gerard Butler. Altri, come Emanuela Fanelli, sono stati criticati per non aver voluto parlare pubblicamente della questione nonostante la firma apposta sull’appello.




