Pupi Avati e la marcia per Gaza: il cinema diviso sul ruolo della protesta
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Pupi Avati, con un sorriso amaro che tradisce un profondo scetticismo, osserva le immagini della marcia pro-Palestina che ha attraversato il Lido durante la Mostra del Cinema di Venezia. «Ma davvero pensiamo che una marcia a Venezia durante la Mostra del Cinema possa cambiare le cose?», si chiede il regista, il quale – definendosi un “cane sciolto” per temperamento e per scelta di vita – ha sempre evitato di aderire a visioni omologate e a manifestazioni collettive, preferendo avanzare una sua personale prospettiva, sia in politica che nel cinema.
L’evento, organizzato dal collettivo Venice4Palestine e sostenuto da circa duecentocinquanta realtà del territorio, ha visto sfilare lungo la passeggiata da Santa Maria Elisabetta verso la Cittadella del cinema diverse migliaia di persone – si parla di cinquemila partecipanti, con molti altri ancora in attesa di raggiungere il corteo – dietro a uno striscione che recitava “STOP GENOCIDE”. Una folla, la quale, sebbene non abbia paralizzato il festival, ne ha certamente scosso il tradizionale clima, mescolando attivismo, arte e un forte appello umanitario.
Tra i volti noti che hanno preso parte alla manifestazione, spiccavano quelli dei registi e degli artisti come i fratelli D’Innocenzo, Emanuela Fanelli, Valentina Bellè, Benedetta Porcaroli, Laura Poitras e Zerocalcare. A costoro si è unita anche Tecla Insolia, giovane attrice de L’arte della gioia, presente alla Mostra con il film Amata di Elisa Amoruso. La ventiduenne, intervistata tra la folla, ha espresso senza esitazioni il suo sostegno alla causa: «Mi alzo al mattino e penso alle vittime. Bisogna fermare il genocidio».




