Pupi Avati e la marcia per Gaza: il cinema italiano si divide sulla politica

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Mentre la Mostra del Cinema di Venezia vive i suoi giorni clou, una polemica di natura squisitamente politica irrompe con forza nei dibattiti, dividendo il mondo del cinema italiano e ponendo interrogativi sul ruolo dell'artista di fronte ai conflitti globali. La scintilla è stata la partecipazione di numerosi nomi dello spettacolo alla marcia “Palestina libera – Stop al genocidio”, che ha attraversato il Lido con oltre diecimila partecipanti, un evento che ha costretto molti a prendere una posizione pubblica netta.

Tra i critici più severi della manifestazione c'è Pupi Avati, il quale, in un'intervista al Corriere della Sera, ha espresso un profondo scetticismo sull'efficacia di simili gesti. “Ma davvero pensiamo che una marcia a Venezia durante la Mostra del Cinema possa cambiare le cose?”, si è chiesto il regista bolognese, il quale ha aggiunto, con una metafora particolarmente cruda, che “altro andrebbe fatto: queste persone andrebbero prese per il bavero e sbattute contro il muro delle loro responsabilità”. Un commento che, al di là della valutazione sulla protesta, sembra però trascurare un dato di fatto: la complessità di individuare e sanzionare i veri responsabili di un conflitto di tale portata.

Sul fronte opposto, le posizioni si sono rivelate altrettanto nette e radicali. Gabriele Muccino, per esempio, ha usato toni durissimi sui suoi profili social, arrivando a parlare di “sostenitori attivi dello sterminio di un popolo” e definendo “disarticolato da ogni morale” qualsiasi tentativo di dialogo in nome dell'arte mentre, a suo dire, “in Israele si persegue senza indugi la soluzione finale del popolo palestinese”. Le sue parole, granitiche, sono apparse come una chiara risposta a quanti, nel settore, hanno scelto di non schierarsi pubblicamente o di privilegiare una neutralità percepita come complicità.

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