Il ritorno del ceruleo e il potere sottile dell’animalier: Meryl Streep gioca (di nuovo) con i simboli della moda
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nel turbine di luci e attese che accompagna l’imminente uscita de Il diavolo veste Prada 2, c’è un dettaglio, quasi una cifra stilistica, che riaffiora con prepotenza: la capacità di Meryl Streep di trasformare un semplice outfit in una dichiarazione – o meglio, in un’allusione. Ospite al The Late Show di Stephen Colbert, l’attrice ha infatti messo in scena un doppio registro, alternando due look che, a ben vedere, parlano il linguaggio cifrato di chi la moda l’ha non solo indossata ma anche, per certi versi, incarnata. All’arrivo in studio, la scelta è caduta su un cappotto animalier firmato Givenchy, realizzato sotto la direzione creativa di Sarah Burton; un capo che, con il suo fiocco oversize posizionato al collo, le maniche svolazzanti e un orlo volutamente allungato, costruiva una silhouette al tempo stesso teatrale e rigidamente controllata. Quasi una corazza, verrebbe da pensare, per chi ha interpretato Miranda Priestley, la regina delle riviste che della dittatura estetica aveva fatto un’arma di lavoro.
L’omaggio al maglione che non è solo azzurro
Ma è nel secondo passaggio della serata – quello più rilassato, apparentemente dimesso – che Streep ha tirato fuori la mossa più sottile. Seduta sul divanetto di Colbert, l’attrice indossava un maglione ceruleo. Non un capo qualunque, s’intende. Chi ricorda la scena iconica del primo film – quella in cui Miranda Priestley sommerge la giovane Andy con un monologo spietato sulle origini di un semplice pullover – non ha potuto fare a meno di cogliere l’allusione. “Quel maglione non è solo azzurro, non è turchese, non è lapis, è effettivamente ceruleo”: la frase, diventata virale ben prima che il concetto di virale esistesse, torna così a galla con la forza di un simbolo pop. Streep, in fondo, non si è limitata a richiamare il passato; ha invece riattivato un meccanismo di riconoscimento immediato, quasi un codice segreto tra chi quel film lo ha amato e chi ne ha studiato le pieghe sociologiche. Il ceruleo, in questo caso, non è nostalgia: è una dichiarazione di consapevolezza.
Dal press tour del 2006 al ritorno sulle scene
Per comprendere appieno la portata di questi richiami, bisogna fare un passo indietro. Correva l’anno 2006, e il cast de Il diavolo veste Prada – con Streep, Anne Hathaway ed Emily Blunt – sfilava tra première e photocall con look che mescolavano glamour, casual e tutto il meglio della moda anni Duemila. Era un’epoca, quella, in cui i press tour non erano ancora diventati esercizi di stile calibratissimi, eppure già mostravano un’attenzione maniacale al dettaglio. Oggi, con il secondo capitolo ufficialmente in fase promozionale, la domanda sorge spontanea: com’erano vestite allora? La risposta è un concentrato di red carpet d’altri tempi, abiti che oggi guardiamo con lo stesso entusiasmo con cui si ammirano reperti archeologici – bellissimi, sì, ma anche profondamente segnati dal loro tempo. Quel maglione ceruleo, in particolare, non era allora un fenomeno di costume; lo è diventato dopo, grazie a un monologo che ha smontato pezzo per pezzo l’illusione della scelta autonoma in fatto di abbigliamento.
Un gioco di specchi tra Givenchy e la memoria collettiva
Tornando alla performance televisiva di Streep, ciò che colpisce è la fluidità con cui l’attrice passa dal registro alto dell’animalier – un capo che evoca potenza, natura domata e lusso severo – a quello intimo e quasi ironico del ceruleo. Il cappotto Givenchy, con la sua silhouette scultorea, parla di moda come architettura; il maglione, al contrario, parla di moda come racconto. E in mezzo, c’è lo spettatore che, senza bisogno di spiegazioni, coglie il collegamento. Non si tratta, va detto, di semplice citazione per fan. È piuttosto un’operazione più raffinata: Streep utilizza il proprio e i propri abiti come fossero virgolette, aprendo e chiudendo richiami a un immaginario condiviso. L’animalier richiama la ferocia controllata di Miranda; il ceruleo ne richiama la lezione più famosa, quella sulla presunta libertà del gusto. In mezzo, resta l’attrice – una che di ruoli ne ha interpretati tanti, ma che qui gioca in casa propria, con le regole che lei stessa ha contribuito a scrivere. Nessuna conclusione affrettata, nessun giudizio: solo la messa in scena di un’eleganza che sa essere, ancora una volta, perfettamente ambigua.




