Il gruppo Coin chiude i negozi di Roma, Milano e Verona, 120 esuberi e il ricorso alla cassa integrazione

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il piano di ristrutturazione del gruppo Coin, nonostante le dichiarazioni di rilancio e i capitali freschi iniettati nella società solo pochi mesi fa, subisce una brusca accelerazione con la decisione di chiudere tre punti vendita storici, due dei quali considerati iconici per il settore del retail italiano. La comunicazione ufficiale, arrivata nel corso dell'incontro tra i vertici aziendziali e le rappresentanze sindacali tenutosi il 18 febbraio a Bologna, ha confermato un quadro economico pesantemente negativo: l'esercizio del 2025 si è chiuso con una perdita di margine operativo lordo pari a 35 milioni di euro, un dato che, come spiegano i sindacati di categoria, fotografa un'azienda che continua a bruciare risorse nonostante l'aumento di capitale da 33,2 milioni di euro perfezionato nel settembre del 2025. La risposta del management, guidato dall'amministratore delegato Matteo Cosmi che pure aveva espresso la volontà di tornare a investire sui negozi, si traduce in un drastico ridimensionamento della rete fisica: il punto vendita di via Cola di Rienzo, nel quartiere Prati a Roma, abbasserà le serrande il prossimo 4 aprile, mentre quelli di corso Vercelli a Milano e di via Cappello a Verona, entrambi store di grandi dimensioni, cesseranno l'attività il 31 luglio.

Una decisione legata a perdite strutturali e sfratti esecutivi

All'origine delle chiusure, spiegano fonti aziendali e sindacali, vi sarebbero sia fattori interni di redditività negativa sia questioni legate alla gestione degli immobili. Per il negozio di Verona, ad esempio, stando a quanto ricostruito, la società avrebbe dovuto far fronte a importanti interventi di riqualificazione, non più compatibili con il percorso di risanamento dei conti; nel caso di Milano e Roma, invece, le chiusure sono state ricondotte a sfratti esecutivi, una circostanza che, di fatto, ha reso improrogabile la decisione di lasciare gli spazi. L'azienda, in una nota diffusa al termine dell'incontro con i sindacati, ha parlato di "perdite strutturalmente rilevanti" per questi punti vendita, ma l'impatto occupazionale è immediato e drammatico: a Milano i lavoratori coinvolti sono 28, a Verona si superano le 40 unità, e a questi si aggiungono i dipendenti di Cola di Rienzo, per un totale che, sommato ad altre riduzioni di personale previste in store come quello di Mestre, porta la stima degli esuberi a circa 120 persone su un totale di 1.330 dipendenti del gruppo. Non solo licenziamenti secchi, però, perché l'azienda ha prospettato l'attivazione di ammortizzatori sociali anche per altri negozi, come quelli romani di Cinecittà e San Giovanni e quello di Firenze, dove si interverrà con strumenti di flessibilità per gestire il calo di redditività e ridurre l'impatto sul personale.

La reazione dei sindacati e la richiesta di un tavolo al Mimit

L'ennesima battuta d'arresto per un marchio che ha segnato la storia del commercio italiano ha scatenato la reazione immediata delle organizzazioni sindacali. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, al termine dell'incontro con la direzione, hanno espresso forte preoccupazione per quella che definiscono una "progressiva ritirata strategica" del marchio, incompatibile con i proclami di rilancio industriale annunciati nei mesi scorsi. I sindacati sottolineano come i lavoratori coinvolti abbiano in media oltre vent'anni di anzianità aziendale, una condizione che li rende difficilmente ricollocabili in altri contesti lavorativi, e per questo hanno chiesto con urgenza la convocazione di un tavolo di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, lo stesso dicastero che, tramite Invitalia, aveva partecipato alla ricapitalizzazione del gruppo entrando nel capitale sociale con una quota del 30%. L'obiettivo, spiegano le sigle, è quello di fare piena chiarezza sulla reale tenuta del piano industriale e verificare se vi siano margini per attenuare le conseguenze occupazionali, anche attraverso l'uso di contratti di solidarietà o altre misure che possano scongiurare i licenziamenti.

Il ridimensionamento della rete e il futuro del marchio

Mentre i sindacati si preparano a incontrare i delegati dei punti vendita interessati per definire una strategia comune, il gruppo Coin prosegue nel suo percorso di ridimensionamento fisico, che sembra andare in direzione opposta rispetto alle ambizioni espresse dall'amministratore delegato Matteo Cosmi al momento dell'insediamento del nuovo consiglio di amministrazione. Nel corso del 2025, sette punti vendita erano già stati chiusi, e oggi si aggiungono queste tre ulteriori serrande che caleranno definitivamente su altrettante città. Nel piano presentato ai sindacati, l'azienda parla di un ritorno all'utile previsto non prima del 2028, ma per arrivare a quel traguardo intende ridurre l'incidenza del costo del lavoro e rivedere le partnership commerciali con i brand presenti all'interno dei grandi magazzini. A Mestre, ad esempio, la riduzione della superficie di vendita comporterà l'eliminazione di interi reparti, come l'abbigliamento bambino, e una riorganizzazione degli spazi che porterà comunque alla cassa integrazione per una quota compresa tra il 30 e il 40 per cento dei 60 dipendenti. Una contrazione, questa, che rischia di trasformare gli storici grandi magazzini in presidi sempre più ridotti, mentre nelle città dove invece si è deciso di restare, come nel caso di Vicenza dove lo scorso novembre l'azienda aveva garantito la permanenza, si punta ora su nuovi modelli di vendita e sulla formazione del personale, ma in un contesto di mercato che rimane estremamente complesso per l'intera distribuzione organizzata.

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