L’Iran chiude (di nuovo) Hormuz e Meloni parla di “instabilità normalità”
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Redazione Interno
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Il cambio di rotta, in questo caso letterale per chi percorre le rotte petrolifere del Medio Oriente, è talmente improvviso da cogliere impreparati persino i più navigati osservatori delle crisi internazionali. Mentre Giorgia Meloni, in auto verso il Salone delle Fontane a Roma per la 76esima assemblea nazionale di Federalberghi, riceve il flash delle agenzie, la situazione nello Stretto di Hormuz è già stata riscritta: Teheran, reagendo al blocco imposto dagli Stati Uniti, ha deciso di richiudere il passaggio, una sorta di controffensiva simbolica e concreta che riporta l’asticella della tensione a livelli che sembravano momentaneamente rientrati solo ventiquattr’ore prima. “Non siamo stati fortunati in questa stagione politica”, dice la presidente del Consiglio quasi a commento di un bollettino di guerra che conosce fin troppo bene, e aggiunge, con una formula destinata a fare presto il giro delle agenzie, che “l’instabilità sta diventando la normalità”.
La doppia chiusura e la risposta a Macron
La notizia, per certi versi paradossale, arriva a poche ore dal segnale di disgelo proveniente proprio da Teheran e dal vertice dei “volenterosi” che Emmanuel Macron aveva ospitato a Parigi; un’iniziativa, quella francese, cui Meloni aveva aderito per costruire una linea comune di sminamento dello Stretto, attraverso cui transita una quota rilevante del greggio mondiale. Eppure, la chiusura annunciata mentre la premier si preparava a salire sul palco dimostra quanto sia fragile qualsiasi intesa quando le rappresaglie procedono a scacchiera. Meloni, di fronte alla platea gremita di albergatori dell’Eur, prova a rassicurare ma non nasconde un certo realismo: il rischio, a suo avviso, è quello di una crisi alimentare globale, considerato che da Hormuz passa non solo petrolio ma anche grano e gas naturale liquefatto.
La replica di Schlein: “Navi italiane solo con la pace”
Se l’esecutivo si muove su un doppio binario – diplomazia militare (con l’operazione “Agenor” rivista e corretta) e trattativa energetica – dall’opposizione arriva una voce che intende marcare una distanza netta. Elly Schlein, intervistata a margine di un’iniziativa parlamentare, ha ribadito una posizione che potremmo definire di principio: “Le navi italiane devono solcare il mare soltanto per portare la pace, non per farsi trascinare in logiche di scontro”. Un’affermazione che, pur senza citare direttamente la missione europea in corso nel Golfo, sembra voler tracciare un confine tra l’azione di governo e una prospettiva di disarmo unilaterale. La segretaria del Partito Democratico non entra nel merito della cronaca del momento – la nuova chiusura di Hormuz – ma ne utilizza la cornice per ribadire un dissenso strategico di fondo.
Crosetto, l’Unifil e la difesa degli interessi nazionali
Mentre Meloni annuncia una prossima missione a Baku – “tra un paio di settimane sarò in Azerbaigian per l’agenda energia” – il ministro della Difesa, Guido Crosetto, getta un’altra pietra nello stagno della sicurezza internazionale. Parlando ai cronisti a margine di un convegno, Crosetto ha dichiarato che “Unifil, così com’è concepita, non ha più senso”, riferendosi alla missione Onu in Libano. Un giudizio netto che, sebbene riguardi un teatro distante da Hormuz, testimonia la volontà dell’attuale maggioranza di rivedere radicalmente l’impianto delle missioni di pace italiane all’estero, orientandole verso una maggiore capacità operativa e meno vincoli burocratici. Il collegamento con la crisi dello Stretto, in questo caso, è implicito: in un mondo dove “l’instabilità è normalità”, anche gli strumenti tradizionali di peacekeeping rischiano di apparire inadeguati.
Energia, albergatori e la politica delle rotte
L’assemblea di Federalberghi, a ben vedere, non è un palco casuale per parlare di geopolitica. Gli imprenditori del turismo, infatti, sono tra i primi a subire gli effetti di un rincaro delle materie prime e dell’incertezza sulle rotte commerciali. Meloni lo sa e intreccia la drammaticità dell’annuncio (lo Stretto di nuovo chiuso) con una narrazione più ampia: quella della diversificazione energetica come priorità nazionale. L’annuncio della trasferta a Baku – capitale dell’Azerbaigian, Paese chiave del corridoio del gas meridionale – si inserisce proprio in questo disegno: ridurre la dipendenza da fornitori instabili e costruire rapporti diretti con produttori alternativi. “L’autonomia energetica”, scandisce la premier, “si conquista giorno per giorno, non con le dichiarazioni”. Una frase che, nel contesto, suona come una risposta implicita a chi, come la Schlein, chiede una semplice astensione navale senza offrire una strategia alternativa per l’approvvigionamento.




