Il gas del mondo in ostaggio: l’attacco a Ras Laffan cancella il 17% del Gnl globale e per l’Italia si profila la forza maggiore sui contratti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si trattava soltanto di un’escalation militare, ma di un vero e proprio attacco al cuore pulsante dell’economia globale. L’incursione iraniana sull’impianto qatarino di Ras Laffan, il più grande deposito al mondo di gas naturale liquefatto, ha prodotto un terremoto negli equilibri energetici internazionali, le cui scosse si faranno sentire per anni. Secondo quanto dichiarato dall’amministratore delegato di QatarEnergy, Saad al-Kaabi, i danni riportati sono di tale gravità da aver messo fuori uso circa il 17% della capacità esportativa del Paese, una quota che corrisponde a circa il 3-4% dell’offerta complessiva mondiale di Gnl. Le cifre parlano di una perdita secca di 12,8 milioni di tonnellate annue, con due dei quattordici treni di liquefazione – i cosiddetti “train” – ridotti al silenzio e una struttura di conversione gas-liquidi (Gtl) gravemente danneggiata.

La reazione a catena non si è fatta attendere. La dichiarazione di forza maggiore, già ventilata nei giorni immediatamente successivi ai primi raid, diventa ora una realtà concreta e destinata a protrarsi nel lungo termine: i tempi di riparazione, stando alle stime fornite dalla stessa compagnia qatarina, si aggirano tra i tre e i cinque anni, un lasso temporale che di fatto riscrive le regole dei contratti pluriennali in essere. Per l’Italia, la situazione assume contorni particolarmente critici. Tra i contratti destinati a subire l’interruzione forzata figurano infatti quelli legati all’impianto S4, di proprietà della multinazionale ExxonMobil, che rifornisce direttamente Edison, oltre a operatori in Belgio; l’altro impianto colpito, il S6, serve invece il mercato sudcoreano e quello cinese. Non si tratta, dunque, di una semplice riduzione contingente, ma di un’emorragia strutturale di forniture destinate a durare per l’intera durata del conflitto, se non oltre.

Lo scenario bellico: da South Pars a Ras Laffan, la guerra dell’energia si allarga

Il quadro in cui si inserisce questo attacco è quello di una ritorsione calcolata, seppur devastante. L’input che ha innescato la reazione iraniana va ricercato nell’offensiva israeliana contro il giacimento persiano di South Pars, situato nelle acque territoriali iraniane ma che costituisce la prosecuzione geologica del giacimento North Dome, condiviso con il Qatar. Colpire South Pars significava minare la capacità di approvvigionamento interno dell’Iran, che da quel bacino ricava la maggior parte del gas destinato alla propria rete elettrica nazionale, oltre alle forniture essenziali per l’Iraq. La risposta dei Pasdaran, tuttavia, ha spostato il baricentro del conflitto su un piano inedito: non più solo sanzioni o scaramucce navali, ma la distruzione fisica delle infrastrutture esportatrici degli Stati rivali del Golfo.

Lo dimostra il fatto che Ras Laffan non è stato l’unico obiettivo. Nelle ultime ore si è assistito a un allargamento del raggio d’azione del conflitto, con attacchi mirati anche contro l’impianto saudita di Yanbu sul Mar Rosso – diventato un nodo strategico per aggirare lo Stretto di Hormuz – e contro il complesso petrolchimico di Mina Al Ahmadi in Kuwait. L’obiettivo dichiarato, come riferito da fonti vicine ai Guardiani della Rivoluzione, sembra essere quello di paralizzare l’intero sistema di esportazione energetica del Golfo. E il primo risultato è sotto gli occhi di tutti: il traffico marittimo attraverso Hormuz risulta di fatto paralizzato, con centinaia di navi – tra cui oltre venti battenti bandiera indiana – rimaste bloccate in attesa di un passaggio che al momento non sembra garantito. L’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha già approvato la creazione di un corridoio umanitario per evacuare i 20 mila marittimi rimasti intrappolati nella zona di guerra, mentre una coalizione di Paesi europei, guidata da Regno Unito, Francia e Italia, si sta preparando a valutare interventi per garantire la sicurezza del transito.

L’effetto domino su petrolio e mercati: il rischio concreto per l’Europa

Se il gas rappresenta la cartina di tornasole della crisi, il petrolio ne sta seguendo le stesse dinamiche con una tensione crescente. L’ipotesi che a partire da aprile l’Europa possa restare a secco di diesel e carburante per jet non è più un’esagerazione, bensì una concreta eventualità segnalata da fonti qualificate collegate ai colossi petroliferi del Golfo. Le ragioni sono da ricercarsi nella combinazione letale tra danni alle infrastrutture di stoccaggio e raffinazione – come nel caso del complesso Gtl danneggiato a Ras Laffan, che ridurrà la produzione di distillati – e nell’impossibilità di movimentare le navi in sicurezza.

Le ricadute sull’industria globale vanno ben oltre il semplice costo del carburante. Il Qatar non è solo il re del Gnl, ma anche un fornitore cruciale di materie prime industriali: le esportazioni di condensato, utilizzato per produrre plastica e prodotti petrolchimici, subiranno un crollo del 24%, mentre la produzione di Gpl (gas di petrolio liquefatto) calerà del 13% e quella di elio, fondamentale per i settori medicale e dei semiconduttori, del 14%. Come evidenziato da un’analisi di BMI, questa crisi sta già avendo effetti a cascata sull’agricoltura asiatica: il Pakistan e il Bangladesh, fortemente dipendenti dalle importazioni di urea qatarina, hanno già dovuto chiudere diversi impianti di fertilizzanti, con conseguenze potenzialmente disastrose per le prossime stagioni di semina in programma tra aprile e maggio. L’India, pur avendo scorte strategiche, ha già dovuto ridurre la produzione in tre dei suoi impianti domestici a causa dell’interruzione del flusso di gas proveniente dal Qatar.

Le scelte obbligate di Eni e Edison tra clausole contrattuali e incertezza

Per le aziende italiane come Eni ed Edison, la situazione si traduce in un vero e proprio rompicapo gestionale. La clausola di forza maggiore, se da un lato le solleva dall’obbligo contrattuale di ritirare le quantità pattuite, dall’altro le costringe a correre sul mercato spot – dove i prezzi hanno già subito un’impennata verticale – per trovare sostituti di quelle forniture. Un’impresa resa ancora più ardua dal fatto che la concorrenza per i carichi disponibili si sta facendo serrata, con Cina, Corea del Sud e Giappone pronti a contendersi ogni singola molecola di Gnl disponibile.

Le parole di Saad al-Kaabi, che ha definito l’accaduto un evento capace di riportare la regione indietro di dieci o vent’anni, sottolineano la portata sistemica della distruzione. Non solo perché la ricostruzione dei due treni di liquefazione costa miliardi di dollari, ma perché viene messa in discussione la percezione stessa del Golfo come hub energetico sicuro. La sospensione del maxi-progetto di espansione del North Field – che avrebbe dovuto aumentare ulteriormente la capacità produttiva del Qatar nei prossimi anni – rappresenta un ulteriore campanello d’allarme per un futuro fatto di scarsità strutturale.

Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz resta un collo di bottiglia strozzato dalla minaccia di attacchi e dalle tensioni diplomatiche. L’amministrazione Trump, pur avendo preso le distanze dall’attacco israeliano a South Pars, si trova ora a dover gestire una crisi che rischia di soffocare l’economia mondiale. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio che arriva dal Golfo è brutale: la guerra ha preso in ostaggio l’energia, e le conseguenze si misureranno non in termini di speculazione finanziaria, ma di interruzioni fisiche delle forniture per famiglie e imprese.

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