Il caso degli insider a Wall Street: sospetti e maxi operazioni sul petrolio mentre Trump preparava la guerra in Iran
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Redazione Economia
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Che l’uranio e la libertà del popolo iraniano c’entrassero poco con l’ultima guerra americana, lo si era capito fin dai primi giorni di quella crisi. Eppure, a destare oggi ben altre preoccupazioni tra i regolatori di Washington, non è tanto il movente geopolitico – per quanto opaco – quanto il sospetto che qualcuno, dentro o molto vicino ai gangli del potere, abbia trasformato quelle tensioni in una macchina da soldi perfettamente oliata. Gli Stati Uniti, è bene ricordarlo, producono oggi abbastanza petrolio da esportarlo: la chiusura dello Stretto di Hormuz, paventata nei momenti più caldi dello scontro con Teheran, ha paradossalmente finito per favorire proprio le big oil americane. Ma c’è un tassello che non torna, e che ora il Dipartimento della Giustizia ha cominciato a stringere tra le dita.
Operazioni da 2,6 miliardi e tempistiche impeccabili
Dal nostro corrispondente a New York – dove la notizia sta facendo il giro dei trading desk – arrivano dettagli precisi su almeno quattro operazioni sospette, complessivamente valutate oltre 2,6 miliardi di dollari. Non si tratta di cifre da fondo di cassa, bensì di scommesse colossali, realizzate con un tempismo che la semplice fortuna non può spiegare. La rete televisiva Abc, che per prima ha messo nero su bianco i risultati di un’analisi incrociata sui dati della Borsa di Londra, ha ricostruito uno schema ricorrente: in quattro occasioni distinte, alcuni operatori hanno puntato sistematicamente su un brusco calo del prezzo del petrolio. E lo hanno fatto poco prima che Donald Trump – oggi presidente degli Stati Uniti da oltre un anno, dunque non più una novità politica – o le stesse autorità iraniane annunciassero le rispettive decisioni sull’escalation militare.
Le indagini parallele di Giustizia e Cftc
A muoversi non è soltanto il Dipartimento della Giustizia, ma anche la Commodity Futures Trading Commission (Cftc), l’autorità che vigila sui mercati dei derivati e delle materie prime. Entrambi gli organismi stanno setacciando gli scambi anomali, cercando di collegare i puntini tra chi ha effettuato quelle scommesse e chi, all’interno dell’amministrazione o nei suoi circuiti informali, poteva disporre di informazioni riservate sugli annunci presidenziali. Non è un caso che l’inchiesta si concentri sugli shock energetici e sul conflitto con l’Iran: in quelle settimane, ogni parola pronunciata dallo Studio Ovale era capace di far oscillare i future del greggio di diversi punti percentuali in poche ore. E qualcuno, stando ai documenti visionati dagli inquirenti, sembra aver letto il copione ben prima che la scena andasse in onda.
Soldi facili, tempismo perfetto e l’ombra degli insider
Manca ancora un nome, un volto, una scrivania da cui tutto questo sarebbe partito. E gli investigatori, con la cautela che contraddistingue i casi di insider trading ad alto profilo politico, non si sbilanciano. Quel che è certo è che i guadagni complessivi derivanti da quelle quattro operazioni – si parla di profitti realizzati o potenziali per oltre 1,7 miliardi di dollari secondo alcune fonti, mentre altre alzano la stima fino ai 2,6 miliardi già citati – rappresentano un campanello d’allarme troppo fragoroso per essere ignorato. La domanda di fondo, quella che gli investigatori si pongono da settimane, è semplice: come si fa a scommettere contro il greggio con un tempismo quasi chirurgico, se non si conoscono in anticipo le mosse del presidente? Nessuna coincidenza, finora, è stata scartata. Ma nemmeno, va detto, è stata ufficialmente incriminata alcuna persona.




