L’orrore della flotilla, gli attivisti: “Tre giorni in un lager sul mare”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono atterrati a Milano Malpensa e a Roma Fiumicino, riportando addosso i segni fisici e psicologici di una detenzione che loro stessi non esitano a definire una tortura sistematica. Una parte degli attivisti italiani della Global Sumud Flotilla – rilasciati dalle autorità israeliane dopo l’intercettazione delle imbarcazioni dirette a Gaza – è rientrata nella penisola nelle ultime ore, portando con sé testimonianze agghiaccianti su quanto accaduto dopo l’abbordaggio in acque internazionali. Non si tratta solo delle umiliazioni immortalate nel video diffuso dal ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir, quello in cui si vedono i manifestanti inginocchiati con le mani legate e il volto a terra, ma di un vero e proprio calvario durato circa 48 ore. “Tre giorni in un lager sul mare”, hanno raccontato alcuni di loro allo scalo, riferendosi a quella che descrivono come una prigione improvvisata nel porto di Ashdod, fatta di container e filo spinato, dove le percosse erano all’ordine del giorno.

La prigione di Ashdod e le “procedure” di Gerusalemme

La narrazione dei fatti da parte degli attivisti – i quali hanno subito aggressioni fisiche ogni volta che tentavano di alzare la testa o di sedersi – si scontra inevitabilmente con la versione ufficiale delle autorità israeliane. Il Servizio penitenziario israeliano, riporta il quotidiano Haaretz, ha difeso l’operato dei propri agenti dichiarando che questi hanno agito “secondo le procedure”, una formula che per i reduci della flotilla suona beffarda se rapportata alle percosse ricevute e alle condizioni di detenzione. C’è chi racconta di essere stato spogliato, chi di aver visto anziani e donne con fratture e lesioni interne, e chi, come alcuni parlamentari presenti sulla nave, ha riferito di violenze sessuali subite da parte dei militari durante la detenzione.

La condanna di Netanyahu e l’ira di Telese

La vicenda ha innescato una reazione a catena nel mondo politico e mediatico, sebbene le posizioni restino profondamente divergenti. Da un lato, lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu è stato costretto a prendere le distanze dall’esponente dell’estrema destra, dichiarando che il comportamento di Ben-Gvir “non è in linea con i valori e le norme” dello Stato ebraico, pur rivendicando il diritto di fermare le flottiglie. Dall’altro lato, in Italia, lo scontro è esploso in televisione. Nel corso di un dibattito acceso, il giornalista Corrado Telese – di fronte alle immagini del ministro israeliano che derideva un uomo ammanettato – ha perso la pazienza, rivolgendo a Ben-Gvir insulti pesanti (“ciccione vigliacco”) e definendo quella scena una “vergogna” inaccettabile per chi ricopre un ruolo istituzionale.

L’arrivo a Fiumicino e le indagini della procura

Mentre un altro gruppo di attivisti arrivava poco dopo la mezzanotte a Roma Fiumicino via Istanbul (scalo turco dove i charter decollati da Eilat hanno lasciato i passeggeri di varie nazionalità), la macchina giudiziaria italiana ha iniziato a muoversi. La procura di Roma ha già acquisito il video pubblicato da Ben-Gvir, quel filmato che ritrae i manifestanti a terra con le mani legate mentre il ministro sventola una bandiera israeliana. Le testimonianze dei rientrati – i quali hanno parlato di “ossa rotte” e di un trattamento degradante che viola i diritti fondamentali – finiranno agli atti di un’indagine che ipotizza, tra i vari reati, il sequestro di persona e le violenze sessuali. La Farnesina, nel frattempo, ha convocato l’ambasciatore israeliano per chiedere spiegazioni, in un clima di crescente tensione diplomatica che promette di allungare l’ombra di questa spedizione anche sulle relazioni future tra i due paesi.

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