Il vestito rosso di Megan Gale accende la guerra tra Iliad e Fastweb Vodafone
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Bastano pochi secondi di immagini, un abito scarlatto e un’eco lontana degli anni Novanta per riaprire vecchie crepe – o forse per scavarne di nuove – nel già turbolento mercato delle tlc italiane. La nuova campagna pubblicitaria di Iliad, che vede protagonista Megan Gale, non è soltanto un’operazione nostalgia ben confezionata, ma si è trasformata in un vero e proprio caso giudiziario prima ancora che lo spot raggiungesse la sua massima diffusione. Il motivo va cercato nella memoria collettiva: quella stessa modella, oggi ripresa mentre cammina tra passanti stupiti e si sente chiedere “cosa ci fai in questo spot?”, fu per quasi un decennio – dal 1999 al 2008 – il volto simbolo prima di Omnitel e poi di Vodafone. Un’associazione talmente potente da aver spinto Fastweb+Vodafone a impugnare la stessa arma della legge.
La diffida che arriva da LinkedIn
A rendere pubblica la scintilla, o almeno la sua conseguenza formale, è stato lo stesso amministratore delegato di Iliad, Benedetto Levi, con un post sul proprio profilo LinkedIn. Nella lettera spedita – questa almeno la ricostruzione che emerge dalle dichiarzioni del numero uno dell’operatore francese – Fastweb+Vodafone chiede l’interruzione immediata dello spot, sostenendo che la campagna avrebbe un effetto denigratorio nei confronti del marchio Vodafone. Non si tratterebbe, secondo chi diffida, di una semplice rievocazione affettuosa del passato, bensì di una leva competitiva sleale: l’impianto creativo sarebbe «volutamente e dichiaratamente incentrato sul valore evocativo del personaggio», come si legge nella missiva. In altre parole, Iliad sfrutterebbe un patrimonio di immagine costruito da altri per quasi dieci anni, approfittando del capitale simbolico depositato dalla testimonial in epoca Omnitel/Vodafone.
Un vestito, una battuta e un’accusa precisa
La sequenza dello spot è, in apparenza, disarmante nella sua semplicità: Megan Gale indossa un lungo abito rosso fuoco, attraversa una via cittadina tra sguardi increduli di chi la riconosce, poi viene fermata da qualcuno che le domanda cosa faccia in quella pubblicità. Nessuna menzione esplicita del passato, nessun logo recuperato dagli archivi. Eppure, proprio l’allusione – quel gioco di rimandi non detti ma immediatamente decifrabili – è ciò che Fastweb+Vodafone contesta come concorrenza sleale. L’azienda sostiene che la forza della campagna risieda interamente nel richiamo all’associazione storica tra la modella e l’ex marchio, un’associazione che Iliad non avrebbe titolo a sfruttare. Per l’operatore risultante dalla fusione tra Fastweb e Vodafone, si tratterebbe di un parassitismo pubblicitario: prendere a prestito l’alone di credibilità e notorietà maturato da un concorrente per quasi un decennio, scaricandolo su un prodotto alternativo.
Quando la memoria dei consumatori diventa campo di battaglia
La vicenda solleva, nelle pieghe delle carte della diffida, una questione più ampia che va oltre la singola campagna. Se è vero che i millennial e i cosiddetti boomer conservano nitido il ricordo di Megan Gale che pubblicizzava le linee telefoniche tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila, resta da stabilire dove finisca il lecito richiamo alla nostalgia e dove inizi lo sfruttamento illecito di un’altrui notorietà. Iliad, dal canto suo, non ha ancora annunciato se risponderà per le vie legali o se opterà per una modifica dello spot; quel che è certo è che il vestito rosso della modella ha già innescato un contenzioso destinato a fare scuola nel settore della comunicazione. Per ora, la pubblicità continua a essere trasmessa, mentre i rispettivi uffici legali si preparano a un confronto che mescola diritto industriale, psicologia del consumo e un pizzico di pura nostalgia anni Duemila. E mentre i telespettatori riconoscono Megan Gale, i giudici potrebbero presto dover riconoscere i confini – finora sfumati – del valore evocativo di un volto.




