La vendetta di Megan Gale (o quasi) che fa tremare Fastweb: sullo spot scatta la diffida

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La lunga scia di ricordi lasciata dalla pubblicità televisiva italiana dei primi anni Duemila, un’epoca in cui i tormentoni estivi e i volti familiari scandivano il passaggio dal millennio, si è improvvisamente trasformata in un contenzioso legale ad alta tensione tra giganti delle telecomunicazioni. È bastato il ritorno in scena di Megan Gale, la modella australiana che avevamo imparato a conoscere – e a volere bene – proprio grazie a quelle vecchie campagne promozionali, per far scattare l’allarme legale tra i nuovi equilibri del settore. La sua immagine, riapparsa in uno spot che gioca sulla complicità emotiva del pubblico maturo, è finita al centro di una lettera di diffida che Fastweb (ormai subentrata nella licenza del marchio Vodafone) ha recapitato a Iliad. L’accusa, in buona sostanza, è quella di aver utilizzato un'eredità altrui per costruirsi una scorciatoia commerciale e, peggio ancora, di averlo fatto con un intento denigratorio nei confronti di chi quel marchio lo ha reso celebre.

Il ricordo diventa un’arma: il valore evocativo al centro della disputa

Nell’immaginario collettivo, e nella meticolosa ricostruzione operata dai legali di Fastweb+Vodafone, Megan Gale non è semplicemente una testimonial qualsiasi; lei rappresenta “lo storico volto della pubblicità Omnitel e successivamente Vodafone fra il 1999 e il 2008”. Ed è proprio su questo “valore evocativo”, volutamente richiamato a fatica dalla nuova comunicazione di Iliad, che si gioca la prima mossa dello scontro. Nella clip incriminata, la modella cammina per le vie di una città italiana – ma potrebbe essere Milano – e la gente la riconosce, chiedendole ironicamente: “Megan, che ci fai in questo spot?”, ottenendo come risposta un lapidario “ho deciso di cambiare”. Secondo la contestazione presentata dall’operatore guidato dal management di Fastweb, questo stratagemma narrativo non farebbe altro che suggerire allo spettatore un indebito collegamento di abbandono: la vecchia fiamma (Vodafone) viene lasciata con effetto immediato per la nuova (Iliad), sfruttando la credibilità accumulata in oltre un decennio di onorato servizio per la concorrenza.

La questione non si ferma però al piano testuale o alla semplice similitudine; si sposta, anzi, su un dettaglio che appare quasi banale ma che in una battaglia legale di questo tipo assume un peso specifico notevole. I vertici di Fastweb hanno puntato il dito anche contro l’abito rosso indossato dalla modella. Da un punto di vista tecnico, e applicando le rigide norme del codice di autodisciplina della comunicazione commerciale, il rosso non è un colore come un altro: identifica il brand Vodafone sul mercato italiano sin dal 2003, diventandone di fatto un segno distintivo al pari di un logo. L’utilizzo di quella precisa tonalità, secondo i legali di Fastweb, violerebbe il divieto di “comparazione meramente suggestiva” nonché le più generali norme sulla concorrenza sleale per agganciamento previste dall’articolo 2598 del codice civile.

Ultimatum e silenzio: cosa succede ora nel mercato delle telecomunicazioni

La reazione di Fastweb non si è limitata a una semplice nota stampa o a un disappunto formale. L’operatore, che da inizio anno ha completato l’acquisizione e l’assorbimento di Vodafone Italia, ha scelto la linea dura inviando una diffida in piena regola all’indirizzo dell’amministratore delegato di Iliad Italia. Un atto che, oltre a elencare le violazioni a cui si è accennato, contiene una clausola temporale molto stretta: un vero e proprio ultimatum di ventiquattro ore per ottenere la rimozione dello spot da qualsiasi canale mediatico, dalla televisione al web fino ai punti vendita fisici. La posta in gioco, in questo gioco al massacro della memoria, è la percezione stessa del marchio Vodafone che, nella narrazione di Iliad, rischia di apparire come il soggetto statico e superato abbandonato senza rimpianti dalla sua musa ispiratrice.

Se si guarda alla cronologia recente del settore, non è la prima volta che il passaggio di un testimonial infiamma gli animi; si pensi alle tensioni analoghe verificatesi in passato con altre figure di spicco passate da un operatore all’altro. Tuttavia, la peculiarità di questo caso, che lo rende molto più di una semplice disputa commerciale, risiede nell’estrema trasparenza della strategia: Iliad ha giocato la carta della nostalgia in modo talmente esplicito da lasciare poco spazio ai sottintesi, provocando l’avversario sul terreno dove è più vulnerabile, quello dei ricordi. La dirigenza della società guidata da Benedetto Levi, dal canto suo, ha risposto alla tensione con una certa ironia diffondendo pubblicamente la lettera di diffida, un gesto che trasforma un atto giudiziario in un ulteriore elemento virale della campagna stessa.

Il vestito rosso e le 24 ore: una sfida mediatica oltre la legge

Una vera e propria sfida sul piano del diritto commerciale ma anche, e forse soprattutto, su quello della comunicazione. La scelta di non cedere all’intimidazione, al momento, sembra la posizione ufficiale di Iliad che anzi ha ribadito il concetto del cambiamento come valore assoluto. Tuttavia, l’orologio della diffida scorre inesorabile, e le conseguenze legali potrebbero farsi sentire se la controversia approderà in tribunale, dove i giudici dovranno stabilire se l’alone di simpatia che circonda Megan Gale sia una proprietà privata di un marchio o un bene comune che il tempo ha reso di pubblico dominio.

Al netto delle carte bollate e dei pareri dei giuristi, rimane il fatto che questa operazione nostalgia ha riportato prepotentemente in auge una figura che sembrava consegnata alla storia della pubblicità italiana; con la differenza che, oggi, a contare non è più solo la capacità di vendere un abbonamento telefonico, ma la capacità di appropriarsi visivamente di un pezzo di storia altrui. Mentre gli uffici legali lavorano, il mercato assiste a un braccio di ferro che non è solo tariffe o copertura di rete, ma una vera e propria battaglia per il possesso simbolico dell’immaginario collettivo. E in questa guerra, il vestito rosso di Megan Gale diventa molto più di un semplice accessorio di scena.

Meta Description: Diffida di Fastweb a Iliad per lo spot con Megan Gale. L’ex volto Vodafone accusata di sfruttare il valore evocativo del marchio con effetti denigratori.

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