La sfida di Trump a Teheran: «Colloqui a Islamabad» e l’Iran alza il muro. Nel frattempo, Hormuz resta una polveriera

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran, che avrebbe dovuto tenersi a Islamabad sotto l’egida di una tregua ormai prossima alla scadenza del 21 aprile, si è arenato ancor prima di cominciare. L’amministrazione Trump, con il presidente ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da più di un anno, ha annunciato l’invio di una delegazione in Pakistan nella serata di lunedì 20 aprile – come lui stesso ha scritto sul suo social Truth – ma da Teheran, al momento, non è arrivata alcuna conferma sulla presenza di propri rappresentanti al tavolo. Anzi, diversi funzionari iraniani hanno apertamente sollevato il sospetto che le aperture verbali di Trump possano nascondere un’altra intenzione: quella di coprire un attacco a sorpresa degli Stati Uniti, magari per riprendere le ostilità su larga scala. Una lettura, quest’ultima, che ridimensiona drasticamente le aspettative su una svolta diplomatica e getta ombre lunghe su qualsiasi tentativo di mediazione, incluso quello paventato nei giorni scorsi.

La risposta secca di Teheran: «Nessun negoziato in queste condizioni»

Secondo quanto riferito da Axios, il clima nei canali ufficiali iraniani è di aperta diffidenza: la frase «Trump non farà più la persona carina» – pronunciata dal presidente americano come avvertimento per spingere l’Iran a chiudere un accordo – è stata letta a Teheran come una minaccia più che come un’apertura. Il risultato, sul piano concreto, è uno stallo diplomatico totale. L’Iran non solo ha respinto il secondo round di colloqui, ma ha anche lasciato intendere che qualsiasi nuovo incontro, nelle attuali condizioni di pressione militare e blocco navale, sarebbe semplicemente inutile se non controproducente. La delegazione americana, stando alle parole di Trump, si recherà comunque a Islamabad – forse per ribadire la propria posizione o per attendere un ripensamento – ma al momento nessun segnale positivo è arrivato dalla controparte.

Hormuz, la tensione sale con un cargo bloccato e una tregua al capolinea

Sullo sfondo, lo Stretto di Hormuz resta il termometro più immediato della crisi. Gli Stati Uniti hanno colpito e bloccato una nave mercantile iraniana, un’azione che – secondo le ricostruzioni – sarebbe avvenuta a 24 ore dalla fine della tregua. Trump, dal canto suo, ha giustificato l’operazione dichiarando che il «cargo iraniano è ora in nostra custodia perché ha cercato di superare il blocco». Un episodio che, di per sé, rischia di far saltare qualsiasi residuo equilibrio: il cessate il fuoco appare ormai fragilissimo, e ogni movimento navale viene interpretato come un possibile preludio a un’escalation più ampia. Non a caso, i funzionari iraniani hanno più volte sollevato l’ipotesi che la vera intenzione di Trump non sia negoziare, bensì riprendere la guerra.

L’Ue nel mirino di Teheran: «Retorica ipocrita sul diritto internazionale»

A complicare ulteriormente il quadro, è intervenuta anche la dimensione europea. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha criticato duramente le dichiarazioni dell’Alto rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, la quale aveva ribadito che – in base al diritto internazionale – il transito attraverso le principali vie navigabili deve rimanere aperto e gratuito. «Basta con questa retorica ipocrita», ha tagliato corto Baghaei, accusando Bruxelles di invocare la legalità sullo Stretto di Hormuz mentre, nei fatti, darebbe «mano libera a Stati Uniti e Israele». Una presa di posizione che non fa che aggiungere tensione a un quadro già saturo di diffidenze reciproche, e che dimostra come qualsiasi tentativo di mediazione europea – almeno per ora – venga respinto al mittente.

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