La notte della promozione e l’accusa di violenza: tre ex calciatori del Bra rinviati a giudizio
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Redazione Interno
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La festa per la scalata tra i professionisti, quella che doveva essere una notte di gioia collettiva per una piazza storica come Bra, si è trasformata in un incubo giudiziario che solo ora, a distanza di mesi, approda in aula. Il 30 maggio 2025, il club cuneese festeggiava l’approdo in Serie C; tra i protagonisti di quella cavalcata c’erano tre giovani calciatori – Fausto Perseu, Alessio Rosa e Christ Jesus Mawete – che oggi si trovano a rispondere dell’accusa di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una studentessa universitaria torinese poco più che ventenne. La loro scelta, formalizzata nell’udienza preliminare dello scorso 9 aprile davanti al giudice Victoria Dunn, è stata quella del rito abbreviato: una decisione che, come noto, comporterebbe uno sconto di pena in caso di condanna, ma che al momento non preclude la loro richiesta di essere interrogati per ribadire la propria estraneità ai fatti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, coordinati dalla Procura di Asti, la serata era cominciata in un locale del centro, dove la giovane – che era in compagnia di amiche e conosceva un altro tesserato della società poi rivelatosi estraneo all’inchiesta – aveva incontrato Perseu. Tra i due, stando agli atti, era nato un interesse reciproco; quando però, più tardi, le fu proposta l’idea di un rapporto a più voci, la ragazza avrebbe rifiutato chiaramente: “Mi piaci tu, non faccio nulla con gli altri”. Nonostante questo diniego, la serata proseguì nell’appartamento che il calciatore condivideva con altri compagni di squadra. Ed è lì, in quelle mura domestiche che avrebbero dovuto rappresentare un prolungamento della festa, che la situazione avrebbe preso una piega tragica: la studentessa, secondo quanto riportato nel capo d’imputazione, avrebbe subito “plurimi atti sessuali di gruppo”, trovandosi in uno stato di “inferiorità fisica e psichica” – un riferimento, questo, sia al consumo di alcol durante la serata sia alla disparità di forza tra lei e i tre atleti.
La camera oscura dei pensieri e la diffusione del video
Le parole della vittima, che oggi faticano a trovare una collocazione serena nella quotidianità, restituiscono la dimensione più intima del trauma. «Ci sono momenti in cui spacco il muro a pugni e altri in cui non mi alzo dal letto. Non riesco a frequentare posti troppo affollati perché sento di avere gli occhi puntati addosso. Provo vergogna»: è il racconto di una vita sospesa, di una lotta quotidiana contro “brutti pensieri” che arrivano all’improvviso, “quando meno te lo aspetti”. Il tentativo di togliersi la vita, avvenuto con l’assunzione di una quantità eccessiva di farmaci nei mesi successivi all’aggressione, ha costretto la giovane a interrompere gli studi e a intraprendere un percorso di cura psicologica; un percorso che, secondo le ultime informazioni, le ha permesso di riprendere in mano la propria vita, seppur con la consapevolezza di una ferita che difficilmente si rimarginerà del tutto.
A rendere l’accusa ancora più grave – e a trasformare l’intera vicenda in un caso di cronaca nera dai contorni spietati – è la gestione delle immagini di quella notte. Il racconto della violenza, infatti, non rimase confinato tra le mura di quell’appartamento. Alessio Rosa, il 22enne di Tivoli oggi in forza al Ligorna, avrebbe ripreso l’atto con il proprio telefono; quei video e quelle foto non rimasero privati, ma finirono nella chat di squadra dal nome eloquente “We are the champs”. In un battibaleno, lo scambio di messaggi si riempì di commenti da spogliatoio: c’è chi parlava di “superiorità numerica” dei calciatori e chi descriveva la scena come «un continuo scambio di casacche, tipo i torelli del giovedì». Un trattamento, quello riservato alla giovane, che agli occhi degli investigatori è apparso come quello di un “trofeo” esibito ai compagni, tanto che per Rosa è scattata anche l’accusa di revenge porn.
Il “farsi morta” per sopravvivere e la reazione dei club
In un passaggio drammatico della sua deposizione, la studentessa ha rivelato di aver capito in quel frangente di non avere scampo, se non quello di fingersi morta per far cessare la violenza. «Per salvarmi mi sono finta morta»: una tattica di sopravvivenza estrema, che racconta di una lucidità disperata in un contesto di sopraffazione totale. Il coraggio di denunciare è arrivato il giorno dopo, quando un’amica l’ha accompagnata al centro antiviolenza dell’ospedale Sant’Anna di Torino. Da lì, i carabinieri hanno avviato le indagini che hanno portato al sequestro degli smartphone e all’acquisizione dei messaggi, dove uno dei calciatori scriveva: «Spero che tu non vada a dire che ti ho costretta a salire».
Dal punto di vista sportivo, i tre imputati hanno ormai lasciato il Bra. Perseu, romano di 23 anni, si ritrova oggi nel Giulianova; Rosa gioca in Liguria con il Ligorna; Mawete, il più giovane del trio con i suoi 20 anni originario di Mondovì, milita invece nel Livorno. Le reazioni delle società sono state improntate alla cautela istituzionale: il club cuneese ha parlato di “assoluto stupore” prendendo le distanze da “ogni condotta riferita alla sfera privata”. Chi invece ha assunto un tono più riservato è stata la dirigenza del Ligorna, con il direttore sportivo che ha ammesso di essere stato contattato direttamente dal calciatore, definendo la notizia “un fulmine a ciel sereno”.
Le difese e il prosieguo del procedimento
I legali dei tre ex calciatori respingono fermamente ogni accusa. La loro strategia difensiva si basa sulla cosiddetta “assoluta mancanza di responsabilità penale” dei loro assistiti, sostenendo che emergano “significative incongruenze nel quadro accusatorio”. Una linea, questa, che hanno ribadito formalmente in tribunale, chiedendo al contempo di essere ascoltati per fornire la loro versione dei fatti, cosa che durante la fase investigativa non era avvenuta. La Procura di Asti, dal canto suo, ha ritenuto solido l’impianto accusatorio, basato non solo sul racconto della vittima – giudicato “valido, coerente e lineare” dal suo legale – ma anche sui riscontri tecnici e testimoniali raccolti.
L’udienza è stata aggiornata al 28 maggio prossimo, data in cui il processo entrerà nel vivo. Nel frattempo, la giustizia dovrà districarsi tra le due versioni opposte: da una parte la drammatica narrazione di una studentessa che ha tentato il suicidio e che ancora oggi combatte contro “i muri da sfondare a pugni”, dall’altra la presunzione di innocenza di tre ragazzi che videro nella promozione della loro squadra il momento più alto della carriera, prima che quella stessa notte diventasse l’atto di accusa più pesante.




