Il caso Rosa e Mawete: scelte opposte per i due calciatori indagati per la violenza di Bra
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Redazione Interno
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Genova. Mentre il campionato di Serie D si appresta a vivere l’ennesima giornata decisiva per le sorti dei gironi, due società liguri – il Ligorna 1922 e il Livorno – hanno assunto posizioni diametralmente opposte riguardo alla gestione dei rispettivi tesserati coinvolti nel procedimento giudiziario scaturito dalla presunta violenza sessuale di gruppo avvenuta a Bra nella notte tra il 30 e il 31 maggio 2025. La vicenda, che vede indagati tre ex calciatori del Bra all’epoca dei fatti (quando la squadra festeggiava la storica promozione in Serie C), continua a tenere banco non solo nelle aule di tribunale, ma anche negli spogliatoi, dove i principi di presunzione di innocenza e di opportunità sportiva si scontrano con la pesantezza delle accuse.
Il Ligorna 1922, che domani affronterà il Chisola allo stadio Marola in provincia di Torino con calcio d’inizio fissato per le 15, ha deciso di convocare regolarmente Alessio Rosa, l’attaccante classe 2003 originario di Tivoli. La società genovese, tramite una nota ufficiale, ha chiarito la propria posizione basandosi su un principio cardine del diritto penale: la presunzione di innocenza. «Seguiremo i fatti con attenzione – si legge nella dichiarazione – nel pieno rispetto del lavoro della magistratura e delle parti coinvolte». Rosa, che oltre alla violenza sessuale di gruppo deve rispondere anche dell’accusa di revenge porn (per la diffusione del video nella chat di squadra), è quindi regolarmente in orbita per la trasferta piemontese, nonostante la società abbia ribadito la propria «ferma condanna nei confronti di qualsiasi forma di violenza». Un fulmine a ciel sereno, lo hanno definito i dirigenti, visto che i fatti contestati risalgono a un periodo antecedente al suo tesseramento con la maglia biancoazzurra.
La scelta opposta del Livorno e la “mancanza di trasparenza”
Diametralmente opposta, invece, la linea seguita dal Livorno, l’altra società toscana che milita nei professionisti. Il presidente del club amaranto, Joel Esciua, ha annunciato in conferenza stampa che Christ Jesus Mawete – centrocampista classe 2005 di origini congolesi ma nato a Mondovì – non sarà convocato per la delicata partita che la squadra giocherà domani contro l’Arezzo. La decisione, secondo quanto spiegato dal numero uno del club, non è stata dettata da un giudizio sul merito della vicenda giudiziaria (che la società ha dichiarato di non voler commentare), bensì da una valutazione sullo stato psicologico del giocatore. «Non è nelle condizioni psicologiche migliori per poter affrontare una partita così importante» ha dichiarato Esciua, aggiungendo un retroscena amaro: la società è venuta a conoscenza dell’inchiesta solo il giovedì sera precedente l’annuncio, lamentando una «mancanza di trasparenza» da parte dell’entourage del calciatore. Il Livorno ha quindi scelto la strada della sospensione cautelare di fatto, in attesa che la bufera giudiziaria si plachi.
Il processo e la ricostruzione della notte del 30 maggio
Le indagini, coordinate dalla procura di Asti, hanno portato alla richiesta di rinvio a giudizio per i tre ex calciatori del Bra: oltre a Rosa e Mawete, anche Fausto Perseu, oggi in forza al Giulianova. Il procedimento è entrato nel vivo con la richiesta del rito abbreviato da parte delle difese, che respingono le accuse sostenendo l’estraneità ai fatti dei loro assistiti. La ricostruzione della studentessa universitaria torinese, che all’epoca dei fatti aveva 20 anni, è agghiacciante nel suo svolgimento: la giovane, conosciuta durante la festa per la promozione, avrebbe accettato di seguire uno dei giocatori a casa condivisa con i compagni, ma dopo aver espresso il rifiuto a un rapporto di gruppo, sarebbe stata comunque raggiunta dagli altri due e costretta a subire plurimi atti sessuali. Nel capo di imputazione si parla dello stato di «inferiorità fisica e psichica» della vittima, presumibilmente compromesso dall’alcol assunto durante la serata.
Le conseguenze sulla vittima e il ruolo della chat
Il vortice di violenza non si è esaurito nella notte. Secondo quanto emerso dagli atti, alcuni dei momenti dell’abuso sarebbero stati filmati e, particolare che ha scatenato l’indignazione pubblica, il materiale sarebbe stato successivamente condiviso all’interno della chat privata della squadra, denominata “We are champs”. Un gesto, questo, che ha trasformato un reato già grave in una esibizione cinica della sopraffazione. Il trauma subito ha avuto conseguenze devastanti sulla vita della giovane, che nel corso dei mesi successivi alla denuncia (presentata il giorno dopo al pronto soccorso dell’ospedale Sant’Anna di Torino) ha tentato il suicidio più volte, assumendo un mix di farmaci. La ragazza, che ha smesso di studiare per un periodo, è attualmente seguita da un percorso di supporto psicologico mentre la macchina della giustizia penale si mette in moto per accertare la verità su quanto accaduto in quella notte di “festa” diventata improvvisamente incubo.




