Cingolani verso l’addio a Leonardo, il gelo con Meloni e le nomine che anticipano la rottura
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Redazione Economia
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L’avvicinarsi dell’assemblea del 7 maggio, momento cruciale per il rinnovo del mandato alla guida di Leonardo, non ha placato le tensioni che circondano la figura dell’amministratore delegato Roberto Cingolani. Anzi, a giudicare dalle ultime mosse e dai silenzi che ne sono seguiti, il suo allontanamento dalla ex Finmeccanica appare ormai una formalità, sebbene il governo non abbia ancora depositato le liste ufficiali per il nuovo consiglio di amministrazione. Plurime fonti di Palazzo Chigi, infatti, danno per certa la decisione di non riconfermarlo, con un grado di sicurezza che sfiora il “novantanove virgola nove per cento”, come qualcuno ha confidato; manca solo l’ufficialità della carta bollata, ma la sostanza politica è già chiara.
Una comunicazione di rottura anticipata dai fatti
A rendere ancor più evidente il distacco tra Cingolani e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, è stata una mossa aziendale apparentemente minore, ma carica di significato. In anticipo rispetto a qualsiasi discussione sul rinnovo del proprio incarico, l’ad ha deciso la nomina del nuovo direttore della comunicazione: si tratta di Helga Cossu, giornalista proveniente da Sky, che Cingolani aveva già assunto come dirigente nel 2023. Costei, attualmente, ricopre anche i ruoli di direttore generale della Fondazione Leonardo e della Fondazione Ansaldo, oltre a vestire i panni di “Chief digital identity, outreach and communication officer” del gruppo. Una scelta, questa, che ha sorpreso non poco gli osservatori, proprio perché maturata in un clima di evidente gelo con l’azionista pubblico.
Il cortocircuito tra governo e manager
La sensazione, nei corridoi del potere romani, è che la decisione di sostituire Cingolani sia stata comunicata dall’esecutivo nelle ultime ore, forse addirittura il giorno prima rispetto alle voci che hanno iniziato a circolare insistentemente. Lo scienziato-manager, che era stato voluto nel 2023 alla guida della multinazionale della difesa (un colosso che capitalizza in Borsa oltre 36 miliardi di euro), non gode più della fiducia di Palazzo Chigi. Al momento, però, un elemento crea un corto circuito operativo: il successore non c’è ancora, e i tempi tecnici per la presentazione delle liste sono ormai strettissimi. Questo ritardo, che qualcuno interpreta come l’ultimo margine di trattativa, non sembra però sufficiente a scalfire la volontà politica di cambiare passo.
Il peso della sconfitta referendaria e la crisi di governo
L’imminente uscita di Cingolani, va detto, non è un episodio isolato di gestione del personale pubblico. Le stesse fonti governative la collegano a un contesto più ampio, quello della sconfitta referendaria che, di fatto, ha aperto una lunga campagna elettorale e una profonda crisi di identità all’interno dell’esecutivo guidato da Meloni. In questo quadro, la gestione delle nomine ai vertici delle partecipate statali diventa un terreno di scontro politico più che una semplice scelta tecnica. Cingolani, con il suo profilo da scienziato-manager, si trova così in bilico tra l’eredità del passato e le nuove linee di demarcazione tracciate dal governo, che chiede forse più fedeltà o comunque una sintonia che, a giudicare dai fatti, si è interrotta.
L’attesa per le liste e il silenzio dell’interessato
Inutile cercare conferme dal diretto interessato, che non commenta mai le vicende che lo riguardano; il suo silenzio, in questo caso, viene interpretato come l’accettazione di un epilogo già scritto. Quello che resta da capire, più che il se, è il come e il quando verrà ufficializzato l’addio. L’idea di un successore, circola il nome di Mariani, ma senza che alcuna fonte ufficiale lo confermi, mentre l’unica certezza è che l’assemblea del 7 maggio sarà lo snodo decisivo. Fino ad allora, Cingolani resta in carica, ma la sua capacità di agire è già fortemente ridimensionata da un governo che lo ha di fatto congedato, anche se la mano che firma il trasloco deve ancora alzarsi.




