Gli attacchi ucraini bloccano il Mar d'Azov: la rotta strategica si trasforma in una nuova Hormuz per la Russia
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Redazione Esteri
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La guerra nel Mar Nero si è estesa con una virulenza inaspettata anche al Mar d'Azov, quel bacino poco profondo che per la Russia rappresenta molto più di un semplice specchio d'acqua: è un'arteria fondamentale per il commercio e le esportazioni.
Una serie di raid ucraini con droni navali, che stanno mettendo a segno colpi sempre più precisi contro il traffico mercantile e le infrastrutture portuali, ha costretto Mosca a sospendere di fatto la navigazione nella zona, scatenando il panico tra gli operatori e facendo emergere il parallelo con lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia vitale per il flusso del petrolio mondiale la cui interdizione farebbe impennare i prezzi e traballare interi sistemi economici.
La strategia ucraina sta dunque facendo leva sulla vulnerabilità delle rotte di approvvigionamento nemiche, trasformando le acque tra la Crimea e la terraferma russa in un campo minato per le petroliere. Il blocco non riguarda soltanto il traffico in transito, ma sta producendo un effetto domino che rischia di paralizzare i porti di Mariupol e Berdjans'k, mettendo in ginocchio le esportazioni di grano e prodotti energetici provenienti dalle regioni meridionali.
Mentre sul fronte terrestre le posizioni appaiono ormai cristallizzate in una guerra di logoramento e trincee, è nelle acque del Mar Nero e del Mar d'Azov che si sta giocando una partita decisiva, con i droni navali diventati la chiave per fiaccare la resistenza economica del nemico.
Una scia di fuoco tra Crimea e Russia: il bilancio degli attacchi
L'escalation è culminata nei giorni scorsi, quando fonti militari di Kiev hanno rivendicato il danneggiamento di numerose unità navali russe, parlando di almeno venti petroliere colpite in una serie di raid notturni che hanno gettato nel caos le rotte commerciali.
Non si trattava di un semplice atto dimostrativo: l'obiettivo era evidentemente quello di colpire il cuore pulsante della logistica nemica, costringendo le compagnie di assicurazione a ritirare le garanzie per le navi dirette in quegli scali e spingendo diversi armatori a dirottare le proprie imbarcazioni verso rotte più lunghe e costose.
Il presidente Volodymyr Zelensky, intervenendo durante le celebrazioni per la giornata della statualità ucraina, ha rivendicato con orgoglio la capacità del suo Paese di raggiungere obiettivi sensibili in profondità all'interno della Federazione Russa, quasi a voler ribadire che la "giustizia" di cui parla ha ormai una portata che supera qualsiasi confine geografico.
La risposta russa, sul piano militare, è stata affidata principalmente alla caccia ai droni in avvicinamento, ma il danno economico è ormai sotto gli occhi di tutti: le sale di controllo dei porti russi segnalano code e attese, mentre le scorte di grano iniziano a scarseggiare in alcuni depositi costieri. Si tratta di un problema acuito dal fatto che il Mar d'Azov funge da corridoio per le merci dirette verso il Mediterraneo, e il suo blocco rischia di far lievitare i costi di trasporto già alle stelle.
Il parallelo con Hormuz e le conseguenze economiche
La suggestione suscitata dal paragone con lo Stretto di Hormuz, evocato dai commentatori russi più attenti, non è casuale. Così come la chiusura di quella via d'acqua, o anche solo la sua minaccia, provoca un'impennata del prezzo del barile e dell'instabilità nei mercati finanziari, l'interruzione prolungata del traffico nel Mar d'Azov produce una crisi di liquidità e un collo di bottiglia che si ripercuote sull'intera filiera agroalimentare russa.
Le autorità di Mosca, per ora, hanno cercato di minimizzare l'impatto, assicurando che le scorte interne sono sufficienti e che il sistema ferroviario può sopperire parzialmente alle perdite, ma i primi segnali di sofferenza si stanno già vedendo lungo le catene di approvvigionamento.
Il blocco navale ucraino, orchestrato con mezzi apparentemente piccoli ma estremamente letali, sta dimostrando come un conflitto moderno possa essere vinto, o perlomeno condizionato, anche senza sfondamenti di linea: basta colpire il portafogli e la logistica nemica.
Le conseguenze, in questo senso, non potranno che essere profonde: le esportazioni di grano, che rappresentano una voce cruciale per il bilancio statale, subiranno un rallentamento, mentre i costi per le assicurazioni e il noleggio delle petroliere sono già schizzati alle stelle, senza che si intraveda una soluzione rapida all'orizzonte.
Mosca e Kiev in una guerra di posizione e droni
Mentre nelle piazze e nei palazzi del potere europeo si moltiplicano gli annunci di aiuti e cooperazioni nel settore della difesa, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen che ha visitato Kiev per rafforzare i legami e promettere ulteriore sostegno, il fronte del Mar d'Azov offre un quadro più oscuro e combattuto. Non si tratta di una battaglia di carri armati, ma di una partita a scacchi giocata con droni e motoscafi, dove la pazienza e la capacità di logoramento dell'avversario fanno la differenza tanto quanto il numero di proiettili a disposizione.
La stessa capitale ucraina, Kiev, è stata scossa da nuove esplosioni provocate da missili balistici russi, a dimostrazione del fatto che la strategia del terrore aereo resta centrale per Mosca, che cerca di rispondere ai colpi subiti in mare colpendo il centro decisionale e le infrastrutture civili.
La guerra di logoramento prosegue dunque su tutti i fronti, e se le linee terrestri non si spostano di molto, le acque del Mar d'Azov sono diventate il vero termometro della conflittualità. Per la Russia, perdere il controllo di quella rotta significa non solo tagliarsi le gambe dal punto di vista commerciale, ma anche mostrare una debolezza strategica che potrebbe incoraggiare nuove iniziative ucraine.
Le prossime settimane saranno cruciali per capire se Mosca riuscirà a proteggere i propri convogli o se, al contrario, la pressione dei droni di Kiev costringerà a una vera e propria chiusura del bacino, con tutto ciò che ne consegue sul piano della sicurezza alimentare globale, in un equilibrio già precario.




