Milano, il 25 aprile dei fischi alla Brigata ebraica e la sinistra divisa in tre tronconi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il corteo nazionale del 25 aprile a Milano, quello che dovrebbe celebrare l’81esimo anniversario della Liberazione, è partito da Porta Venezia sotto una pioggia di fischi e grida di dissenso, con i militanti pro-Palestina scatenati contro lo spezzone della Brigata ebraica. Mentre le decine di migliaia di persone attese si sono messe in marcia verso piazza Duomo, un gruppo di attivisti solidali con la popolazione palestinese – radunatosi nelle vicinanze del serpentone principale – ha iniziato a scandire “vergogna, vergogna” e “Palestina libera” indirizzando quelle bordate proprio ai manifestanti della Brigata, i quali si trovavano dietro di loro nella teoria del corteo. Non sono mancati tentativi di contatto fisico, subito arginati dalle forze dell’ordine coadiuvate dai City Angels, questi ultimi incaricati di scortare lo spezzone contestato; gli agenti hanno dovuto letteralmente creare un cordone per separare le due fazioni e consentire alla Brigata ebraica di avanzare senza ulteriori intoppi.

La frattura interna alla sinistra milanese

Quella di quest’anno è stata una ricorrenza segnata da una spaccatura profonda e ormai insanabile per la sinistra cittadina, da sempre abituata a ergersi a interprete unica della Resistenza. Da un lato si sono schierati l’Anpi, il Partito Democratico e quella che viene definita la sinistra istituzionale, i quali storicamente hanno piantato la propria bandiera sul corteo costruendo per anni la narrazione di una marcia esclusivamente partigiana e antifascista. Col tempo, va detto, quelle stesse forze hanno allargato le maglie aprendo le fila ad altre rimostranze contemporanee – penso a quelle per l’Ucraina, penso alla stessa causa palestinese – ma se gli ucraini non hanno mai avanzato pretese di sorta, i gruppi pro-Pal hanno iniziato a porre condizioni sempre più rigide. Hanno chiesto di poter sfilare in testa al corteo, hanno preteso niente meno che l’esclusione totale della Brigata ebraica, una richiesta ritenuta inaccettabile da Anpi e Pd e che ha generato la frattura consumatasi in poche ore.

Tre comizi separati per un’unica, contestata, ricorrenza

La partenza ufficiale è stata fissata per le 14.30, ma già prima dell’avvio era chiaro che il serpentone principale – quello che comprendeva appunto l’Anpi, le associazioni degli ex combattenti e dei deportati, i gonfaloni dei comuni, i sindacati e i partiti del centrosinistra – non sarebbe arrivato intero in piazza Duomo. Nel percorso, infatti, si sono staccati due tronconi distinti: il Coordinamento per la Pace ha deviato verso piazza San Fedele per il proprio comizio, mentre il fronte pro-Palestina, al quale si sono aggregati alcuni centri sociali, ha scelto di concludere la sua mobilitazione in piazza Fontana. Una tripartizione che ha reso evidente come la volontà di ricordare il 1945 sia passata in secondo piano rispetto alla necessità di urlare la propria posizione sull’attuale conflitto mediorientale.

Vecchie e nuove tensioni, la Brigata ebraica nel mirino

L’epicentro della tensione è rimasto per tutta la durata della manifestazione lo spezzone della Brigata ebraica, bersagliato da cori continui e da una pressione psicologica costante che le forze dell’ordine hanno cercato di arginare senza mai ricorrere a cariche, limitandosi a gestire il distanziamento. I City Angels, presenti in qualità di servizio d’ordine per quella specifica delegazione, hanno fatto da scudo umano mentre dagli attivisti pro-Pal partivano accuse e insulti; nessuno degli organizzatori del corteo principale – vale a dire Anpi e sindacati – ha interrotto il proprio intervento per condannare quei fischi, lasciando che la Brigata proseguisse in un clima di sostanziale ostilità. Una domenica di primavera, dunque, dove la Liberazione è stata quasi un pretesto: a Milano hanno vinto le divisioni, le pretese identitarie e la resa dei conti tra due narrazioni che difficilmente potranno più convivere lungo lo stesso tragitto.

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