Milano, 25 aprile tra contestazioni e corteo spezzato: la Brigata ebraica bloccata dai pro palestinesi
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Redazione Interno
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Decine di migliaia di cittadini, nonostante un clima reso irrespirabile da tensioni accumulate nei mesi precedenti, hanno invaso le strade del capoluogo lombardo per celebrare l’ottantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo; eppure, proprio mentre la manifestazione raggiungeva il suo apice, una crescente atmosfera di ostilità ha finito per polarizzare l’attenzione su quanto avvenuto in corso Venezia, dove il corteo si è letteralmente spezzato in due. Tre, in effetti, erano le anime che componevano la protesta: una prima, definita "classica", procedeva regolarmente accompagnata da striscioni istituzionali e autorità; al centro, invece, si è consumato il momento più aspro, quando la Brigata ebraica – reduce com’è noto da polemiche preventivamente esplose in Consiglio comunale a causa del gemellaggio con Tel Aviv – si è trovata bloccata da un gruppo di manifestanti in maggioranza filopalestinesi, i quali hanno scandito cori durissimi come “assassini” e “fuori”. La terza, infine, composta da moltissime persone rimaste ferme al sole per oltre un’ora, attendeva di marciare intonando “Bella ciao” o, in alternativa, si è dispersa nelle vie limitrofe per aggirare l’ostacolo.
Lo stallo e l’intervento delle forze dell’ordine
La situazione, in rapido peggioramento all’angolo tra via Senato e Corso Venezia, ha costretto gli striscioni della Brigata ebraica a fermarsi bruscamente, provocando un ingorgo che si riverberava per chilometri lungo il percorso ufficiale. È stato a quel punto che le forze dell’ordine, schierate in tenuta antisommossa, hanno deciso di intervenire per rompere l’impasse, allontanando fisicamente il gruppo di ex combattenti ebrei dal corteo; una decisione, questa, che ha scatenato l’indignazione degli stessi rappresentanti della Brigata, i quali hanno subito parlato di una gestione inaccettabile dell’ordine pubblico da parte della Questura, sottolineando come una simile esclusione – con tanto di richiesta di abbassare le bandiere israeliane – fosse un evento mai accaduto prima nelle celebrazioni milanesi. Mentre i contestatori del Coordinamento per la Pace e dei centri sociali impedivano l’avanzata urlando slogan contro il "sionismo" e lo "Stato genocida", le divise hanno dovuto creare un cordone per permettere che il resto della processione, seppur frammentata, potesse proseguire senza degenerare in scontri fisici veri e propri.
Le reazioni della politica e lo sguardo di Edith Bruck
In tarda serata, è arrivata anche la voce fuori dal coro di chi ha scelto di non uniformarsi alla condanna generalizzata verso i contestatori; a Roma, la scrittrice e sopravvissuta ai campi di sterminio (tra cui Auschwitz e Dachau) Edith Bruck ha letto i resoconti della giornata esprimendo un dissenso profondo, seppur pacato: secondo la sua visione, sventolare quelle specifiche bandiere di Israele in una ricorrenza come quella del 25 aprile rappresentava un errore di fondo, poiché “l’unica che era giusto portare era quella italiana”. Bruck, con la lucidità che solo una testimone della Shoah può possedere, ha di fatto smontato la narrazione che voleva l’allontanamento come un mero atto di antisemitismo, spostando il dibattito sulla effettiva coerenza di certe simbologie all’interno di una festa che celebra la Resistenza italiana contro l’occupazione tedesca.
Analisi di una giornata segnata dalle divisioni
Che l’aria fosse tesa lo si sapeva da settimane, al punto che il sindaco Beppe Sala, commentando gli attriti, ha dichiarato senza mezzi termini di esserselo aspettato, aggiungendo però che – nonostante le polemiche e la presenza di tre piazze alternative per i comizi finali – “chi ci crede deve far sentire la sua voce”. Se da un lato l’Anpi e la sinistra istituzionale hanno tentato di tenere in piedi il corteo tradizionale diretto verso piazza Duomo, dall’altro le frange antagoniste (che esponevano anche bandiere dell’Iran e della Palestina) hanno rivendicato l’esclusione della milizia ebraica, riaccendendo un dibattito mai sopito su chi abbia il diritto di sfilare in una ricorrenza nazionale. Di fatto, la marcia si è trasformata in un gigantesco teatrino delle accuse reciproche: la Comunità ebraica ha parlato immediatamente di “antisemitismo dilagante”, mentre dall’altra parte si continuava a ribadire la natura “politica e non razziale” della contestazione, mirata esclusivamente contro l’ideologia del governo israeliano.




