25 aprile, la memoria divisa tra i cerimoniali di Firenze e lo scontro di Milano sulla Brigata ebraica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Firenze e Milano, quest’anno, hanno offerto due facce opposte della stessa ricorrenza. Nel capoluogo toscano, dove le celebrazioni per l’81esimo anniversario della Liberazione si sono consumate lungo un filo rigorosamente istituzionale, la giornata è scandita da gesti precisi e rituali condivisi: l’alba al cimitero di Trespiano per ricordare la partigiana Gilda La Rocca, la scoperta di una lapide dedicata alla “Resistenza senza armi” degli Internati Militari italiani, fino alla cerimonia solenne sotto l’arengario di Palazzo Vecchio in Piazza della Signoria. Qui, almeno nelle intenzioni dei cerimonieri, la narrazione resta monolitica, incentrata sul sacrificio per la patria e sul valore fondativo della democrazia.

Una mattinata di tensioni e oltre due ore di stallo a Milano

Specularmente, a Milano accade l’esatto contrario. Il corteo, storicamente il più partecipato d’Italia (cento mila persone secondo le stime dell’Anpi), è diventato il teatro di una spaccatura che covava da tempo. Se tradizionalmente la folla riesce a incanalare le diverse anime politiche verso le piazze finali, ieri il meccanismo si è inceppato violentemente. La contestazione, che aveva come obiettivo lo spezzone della Brigata ebraica, non è stata una schermaglia di limitata entità né una manovra di gruppi organizzati: si è trattata piuttosto di una sollevazione spontanea e corale che ha costretto il convoglio a una lunga sosta forzata. L’ingorgo umano, durato oltre due ore mentre la testa del corteo proseguiva indisturbata, ha messo in seria difficoltà la Questura, incapace di garantire quel filtro che negli anni scorsi era riuscita a imporre.

Ne è nato uno stallo che ha dell’incredibile per chi frequenta le manifestazioni cittadine: un muro di dimostranti ha letteralmente sbarrato il passo a chi portava la Stella di Davide. Le forze dell’ordine, infine, hanno dovuto estrarre fisicamente i componenti della Brigata dal flusso principale, facendoli defluire lateralmente in corrispondenza di un incrocio. È stato un atto dovuto per scongiurare il peggio, ma l’effetto simbolico è stato devastante: per la prima volta, a Milano, un gruppo ebraico è stato espulso dalla sua stessa festa. Le polemiche, ovviamente, sono risultate immediate e roventi. L’Unione delle comunità ebraiche italiane ha parlato di un fatto gravissimo, notando come il divieto a sfilare con i propri vessilli rappresenti un precedente oscuro.

La memoria della Shoah e il 'no' di Edith Bruck

Ma è dal palcoscenico romano che arriva la nota più dissonante, capace di ribaltare la prospettiva di molti. Edith Bruck, scrittrice e testimone dei lager di Auschwitz, Dachau e Bergen-Belsen, osserva la scena milanese da una prospettiva che pochi possono permettersi. Lei, che nel pomeriggio legge i dispacci di cronaca, rifiuta la narrazione dominante della “violenza antisemita” letta in molti commenti a caldo. Con la lucidità di chi ha visto l’orrore assoluto, la Bruck azzarda una critica scomoda: secondo lei, quelle bandiere dello Stato di Israello, sventolate in piazza durante la ricorrenza della Liberazione dal nazifascismo, non dovevano neppure esserci.

Il suo ragionamento taglia corto con le strumentalizzazioni politiche. La Resistenza, nella sua visione, fu una lotta contro un'ideologia di morte, e trasformare il 25 aprile in un palcoscenico per le politiche mediorientali rappresenterebbe una distorsione di senso. Non si tratta, nelle sue parole, di negare la legittimità della memoria ebraica, ma di rivendicare la specificità storica della data. Questa presa di posizione – che giunge da una delle ultime voci superstiti della Shoah – complica enormemente la ricostruzione di quanto avvenuto, sottraendo all'evento la sua facile etichetta per restituirgli una complessità che molti, nella foga dello scontro, preferiscono ignorare.

Le celebrazioni fiorentine tra continuità e memoria

Mentre a Milano si scontravano i simboli di Gaza e della memoria partigiana, Firenze ha proseguito la sua navigazione in acque più calme, anche se non per questo meno dense di significato. La deposizione delle corone all’alba a Trespiano e la cerimonia nella centrale Piazza dell’Unità Italiana hanno riproposto il canone tradizionale: l’onore ai “caduti di tutte le guerre”, una formula omnicomprensiva che tenta di ricucire le lacerazioni della storia patria. Gli occhi sono puntati sulla nuova lapide dedicata agli Internati Militari, quelle figure spesso dimenticate che rifiutarono di aderire alla Repubblica di Salò subendo una prigionia durissima senza per questo imbracciare le ari.

In questo quadro, la gestione della memoria a Firenze appare proceduralmente perfetta ma forse anche un po’ ritualistica, quasi a voler proteggere la data dall’urto della contemporaneità. Eppure, è proprio lo scarto tra la compostezza fiorentina e la guerriglia milanese a definire lo stato della nazione. La Festa della Liberazione non è una data scolpita nel marmo, se non altro perché ogni anno la politica vi riverbera le sue ossessioni attuali. E mentre alcuni cercano di blindare il significato del 25 aprile entro i confini della guerra di liberazione (1943-1945), la piazza milanese certifica che ormai la data è diventata un campo di battaglia per altre libertà, altre occupazioni, altre oppressioni lontane nel tempo e nello spazio.

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