Artemis II, il video dell’apertura del portello dopo lo splashdown: la capsula Orion riabbraccia i suoi astronauti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Il momento esatto in cui la Terra ha riaperto le porte ai suoi esploratori è stato catturato in un filmato che la Nasa ha definito “esclusivo”, sebbene ormai ampiamente circolato sui social. Ci troviamo nell’Oceano Pacifico, al largo della California, a Sud-Ovest di San Diego: una distesa d’acqua apparentemente infinita e una capsula, la Orion, che galleggia come un relitto spaziale dopo essere precipitata giù dal cielo a velocità ipersoniche. Sono le immagini relative allo splashdown dello scorso 11 aprile – quando la missione Artemis II ha concluso il suo viaggio di dieci giorni attorno alla Luna – e mostrano l’intera sequenza dell’apertura del portello da parte della squadra di recupero. Si vedono i sommozzatori della Marina statunitense avvicinarsi con cautela allo scafo annerito dal rientro atmosferico, armeggiare con i meccanismi di blocco e, infine, spalancare quel varco che per i quattro membri dell’equipaggio rappresentava l’unico passaggio per la normalità.

Il protocollo del recupero e l’attesa dentro la capsula

La tensione, in quei frangenti, è palpabile anche a distanza di giorni. La Orion, soprannominata “Integrity” per l’occasione, aveva appena concluso un’orbita attorno al nostro satellite, stabilendo un nuovo record di distanza dalla Terra toccando quota 406.771 chilometri. Dentro quella piccola capsula, ristretta e ancora calda per l’attrito, i quattro astronauti (tra i quali figurano i veterani Reid Wiseman e Victor Glover, insieme a Christina Koch e Jeremy Hansen) aspettavano in completo isolamento. Non c’è nulla di spettacolare nell’attesa del recupero, se non il rumore delle onde che sbattono contro il metallo e il silenzio radio che precede il contatto umano. Quando infine i sommozzatori aprono il portellone, il video mostra l’istante in cui l’aria fresca del Pacifico investe l’abitacolo e i primi sorrisi fanno capolino dall’interno. Non si tratta solo di un salvataggio tecnico, ma di una coreografia collaudata: i medici subacquei entrano per primi per verificare le condizioni di salute degli occupanti, assistiti dai team di volo dell’US Navy che operano dalla nave anfibia USS John P. Murtha.

L’applauso e l’accoglienza nell’oceano Pacifico

Un particolare colpisce in queste ultime immagini diffuse dall’agenzia spaziale: l’applauso. Non fragoroso, quasi soffocato dai tutele dei sommozzatori, ma visibile nei gesti concitati di chi, dopo dieci giorni di missione, può finalmente dichiarare il lieto fine. È un applauso che sale dal gruppo di recupero non appena la porta si apre e si intravedono i caschi arancioni degli astronauti. D’altronde, l’intera operazione di recupero era stata pianificata nei minimi dettagli: un balletto di gommoni, elicotteri e squadre di sub che avevano il compito di aprire il portello, stabilizzare la capsula e trasferire i passeggeri su un gommone prima del trasporto in elicottero verso la nave. Questo video inedito – che potremmo definire il “primo piano” del ritorno – svela proprio la fase più delicata: l’istante in cui la separazione tra l’ambiente extraterrestre e la biosfera terrestre si annulla.

I dettagli tecnici di un rientro da record

La missione Artemis II, lo ricordiamo, non è stata una semplice gita fuori porta. Il viaggio attorno alla Luna ha rappresentato il primo test con equipaggio del potente Space Launch System (SLS), un razzo la cui potenza è paragonabile – se non superiore – a quella del vecchio Saturno V. Dopo aver sorvolato la faccia nascosta del satellite, un’area rimasta avvolta nel mistero fino alle missioni dell’era Apollo, la Orion ha dovuto affrontare la rientrata più dura della storia dei voli spaziali recenti. Le immagini dello splashdown mostrano la capsula mentre scende dolcemente trainata dai paracadute, ma ciò che non si vede è la furia del fuoco: poche decine di minuti prima, lo scudo termico aveva resistito a temperature prossime ai 2.800 gradi Celsius. E quando finalmente l’acqua ha assorbito l’impatto, è scattato il protocollo di sicurezza. I sommozzatori, arrivati via mare, hanno prima annusato l’aria intorno alla capsula alla ricerca di tracce di idrazina (il carburante tossico) e solo dopo aver dato il nullaosta hanno proceduto all’apertura fisica del portello, accogliendo gli esploratori con una semplice, quanto universale, pacca sulla spalla.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.