La guerra commerciale nel Golfo Arabico: le petroliere per la Cina sfidano il blocco di Hormuz

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre lo Stretto di Hormuz diventa il fronte più caldo, e militarmente sorvegliato, della crisi tra Stati Uniti e Iran, un’eccezione – silenziosa ma sostanziale – sembra essersi già consolidata: le scorte di petrolio destinate alla Cina, e solo quelle, continuerebbero a passare immuni dal blocco navale imposto dalla flotta americana. Lo si apprende da una ricostruzione che incrocia fonti diplomatiche e operative, secondo cui l’amministrazione Trump – che ormai da più di un anno guida la Casa Bianca – avrebbe volutamente escluso i mercantili in rotta verso i porti cinesi dalle restrizioni più severe, in un bilanciamento che cerca di soffocare l’economia iraniana senza innescare una reazione a catena con Pechino. Una scelta, quest’ultima, che rivela i contorni di una guerra per procura combattuta con i barili e non solo con i missili.

Le quindici navi americane e il varco concesso a una sola petroliera

Il blocco, garantito da almeno quindici unità della Marina statunitense, ha ridotto a un flusso minimo il traffico attraverso quel collo di bottiglia strategico da cui transita un quinto del greggio mondiale. L’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime ha ufficialmente segnalato le nuove restrizioni, che interessano i porti e le acque costiere iraniane, ma i rapporti di navigazione parlano chiaro: una sola petroliera – una portacontainer diretta a Dubai – è stata finora autorizzata ad attraversare il canale. Il resto, o è stato dirottato, o attende fuori dall’area di interdizione. Eppure, nessuna delle superpetroliere battenti bandiera cinese è stata fermata. Un silenzio assordante, che molti analisti interpretano come un tacito lasciapassare negoziato nei corridoi della diplomazia parallela.

Il fallimento dei negoziati di Islamabad e la controfferta iraniana sui cinque anni

A complicare il quadro, e forse a spiegare la durezza del blocco, c’è l’esito incerto dei colloqui tenuti nel fine settimana a Islamabad. Secondo quanto riferito da due alti funzionari di Teheran e da uno di Washington al New York Times, l’Iran ha offerto agli Stati Uniti una sospensione massima di cinque anni dei suoi piani di arricchimento dell’uranio – laddove la delegazione americana ne aveva richiesti venti. Una distanza incolmabile, che ha fatto naufragare l’intesa senza però interrompere del tutto il dialogo. Come ha dichiarato un funzionario – parlando a condizione di anonimato perché non autorizzato a discutere la questione con la stampa – quei primi incontri facevano parte di un processo diplomatico in corso, non di un’iniziativa isolata. E la proposta, ha aggiunto, dipenderà dalla richiesta delle parti di una sede diversa.

Il ruolo del Pakistan: un secondo round prima della fine del cessate il fuoco

Ed è proprio su questo crinale che si inserisce la mossa di Islamabad. Due funzionari pakistani hanno rivelato che il loro governo ha proposto di ospitare un secondo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran nei prossimi giorni, quindi prima della scadenza del cessate il fuoco attualmente in vigore. Una proposta che non è stata né accettata né respinta ufficialmente, ma che tiene aperto uno spiraglio. Nel frattempo, Donald Trump – senza mai usare toni trionfali, ma con la secchezza di chi conosce il valore della leva energetica – ha dichiarato che “Teheran ci ha chiamato, vogliono un accordo”. Parole che, più che descrivere una svolta, fotografano una posizione di forza.

La risposta europea: Von der Leyen chiude alla sospensione del Patto di stabilità

Mentre le quindici navi pattugliano Hormuz, l’Europa assiste da spettatrice non sempre allineata. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha varato un piano sull’energia per ridurre la dipendenza dalle rotte del Medio Oriente, ma ha chiuso seccamente alla sospensione del Patto di stabilità – richiesta invece da alcuni Stati membri per far fronte al caro prezzi. “La chiusura è un danno”, ha ammesso la stessa Von der Leyen, senza però tradurre la preoccupazione in misure straordinarie. Un’austerità di facciata, insomma, che lascia il campo alla deterrenza navale americana e all’eccezione cinese. E che conferma, semmai ce ne fosse bisogno, come il blocco di Hormuz non sia solo una questione militare: è una gigantesca partita a scacchi tra economie, dove una petroliera diretta a Shanghai può valere più di una portaerei.

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