La tensione sul nucleare iraniano frena la trattativa: Grossi chiede verifiche "dettagliate" mentre Trump annuncia la pace "molto vicina"
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Redazione Esteri
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Mentre il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dichiara che la guerra in Iran è "quasi finita" e prospetta una svolta diplomatica entro la fine del mese, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) getta un’ombra di realismo sulle trattative in corso tra Washington e Teheran. A Seul, il direttore generale dell’organismo di vigilanza Onu, Rafael Grossi, ha infatti avvertito che qualsiasi accordo di pace privo di meccanismi di ispezione "molto dettagliati" sul programma nucleare iraniano sarebbe destinato a rivelarsi una mera "illusione". La sua posizione, chiara e netta, sottolinea come il nodo dell’arricchimento dell’uranio resti un ostacolo insormontabile: Grossi ha ricordato che l’Iran possiede una scorta di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%, una soglia tecnicamente pericolosamente vicina al grado bellico del 90%. Senza accesso ai siti bombardati, l’Aiea non è al momento in grado di certificare la natura pacifica delle attività iraniane, un vuoto informativo che, nelle parole di Grossi, renderebbe fragile qualunque intesa.
Sul fronte militare e strategico, la situazione rimane fluida ma contraddittoria. Da una parte, Trump ribadisce con ottimismo che "manca poco alla fine" e che Teheran sembra desiderare "disperatamente" un negoziato -2, mentre il Pentagono ha disposto l’invio di ulteriori diecimila soldati in Medio Oriente, a riprova di una pressione che non accenna a diminuire. Il blocco navale statunitense allo Stretto di Hormuz, iniziato il 13 aprile, ha subito innescato una replica durissima da parte di Teheran: il generale Ali Abdollahi ha minacciato che, se il blocco proseguirà, l’Iran bloccherà il Mar Rosso, avvertendo che la continuazione di queste "insicurezze" costituirà il preludio alla rottura del cessate il fuoco. Tuttavia, nonostante queste bordate verbali, fonti anonime citate dai media suggeriscono che l’Iran starebbe valutando una sospensione temporanea del traffico di materiali attraverso Hormuz proprio per non far deragliare i colloqui di pace.
Mentre i diplomatici cercano un secondo round di faccia a faccia, possibilmente già il 16 aprile, il quadro regionale si complica ulteriormente per la parallela escalation israeliana sul fronte libanese. Un nuovo raid di Tel Aviv ha causato cinque vittime in Libano, paese dove il bilancio degli attacchi dal 2 marzo ha già superato le duemila vittime. A disinnescare le speranze di una rapida distensione ci pensa anche Pechino, che ha definito "pericolosa e irresponsabile" l’interruzione del traffico marittimo nello Stretto, mentre Teheran rivendica un piccolo successo propagandistico: i media iraniani riferiscono che una superpetroliera sarebbe riuscita a violare il blocco e a raggiungere le acque territoriali iraniane, navigando con il trasponder acceso "senza alcuna tattica di occultamento".
Le contraddizioni di una tregua fragile e lo stallo su HormuzNonostante le pressioni esercitate dalla marina americana, che vanta l’intercettazione di sei mercantili e il dispiegamento di dragamine per bonificare le rotte, la situazione sul terreno rimane quella di una "guerra quasi finita" ma non ancora conclusa. Il Pentagono ha confermato che nelle prime 24 ore di operazione "nessuna nave" è riuscita a forzare il blocco diretto ai porti iraniani -8, eppure la diplomazia procede a rilento. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha smentito che sia stato raggiunto un accordo per prolungare la tregua, precisando che non è stata fissata alcuna data per i prossimi negoziati, sebbene una delegazione pakistana possa fare da mediatore. L’Iran chiede il rilascio dei propri asset bloccati, una condizione su cui gli Stati Uniti non sembrano voler transigere.




