Famiglia nel bosco, Pillon nuovo legale: «Catherine e Nathan? Due brave persone»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
C’era una volta, o forse sarebbe meglio dire “c’è ancora”, la saga giudiziaria di quella coppia – e dei loro tre figli – che i media hanno ribattezzato la «Famiglia nel bosco». E in questo nuovo capitolo, a sorpresa (ma chi conosce il personaggio sa che la sorpresa è solo apparente), fa il suo ingresso Simone Pillon. L’ex senatore della Lega, quello con la farfalla sempre annodata sotto il mento, l’agitatore culturale in toga che per anni ha saldato il populismo salviniano dei comizi con i rosari esibiti e il tradizionalismo cattolico più intransigente, ha assunto la difesa di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham. Lo ha fatto in queste ore, raccogliendo un mandato che – a sentire lui – i precedenti legali non hanno perso per divergenze strategiche, ma semplicemente perché la coppia ha chiesto un allargamento del collegio difensivo. Una precisazione, la sua, che suona come una bordata a quelle «notizie divulgate alla stampa» le quali avevano ipotizzato frizioni o abbandoni. E infatti Pillon, da subito, ha voluto mettere in chiaro il tono del suo intervento: «Nessuno qui è ingestibile», ha dichiarato all’agenzia LaPresse. «Catherine e Nathan sono persone per bene e di gran cuore, preoccupate per i loro figli esattamente come lo sarebbe ciascuno di noi nelle medesime circostanze».
Un difensore fuori dagli schemi, eppure coerente con sé stesso
Per capire cosa significhi questa nomina – non solo per il procedimento in corso, ma per l’intera narrazione pubblica del caso – occorre fare qualche passo indietro. Due, in particolare. Il primo conduce alle frequenti uscite pubbliche di Pillon, ai suoi post sui social, alle sue battaglie da attivista Pro Vita: un profilo che non è mai stato quello del politico di sistema, ma piuttosto del «moralista con la tessera», capace di trasformare ogni udienza in un palcoscenico valoriale. Il secondo passo indietro porta invece ai fatti, complessi e ancora per molti versi opachi, che hanno portato i coniugi Trevallion a finire sotto i riflettori della cronaca giudiziaria: un allontanamento dalla vita sociale, una casa nel bosco, misure di protezione per i minori, e adesso una difesa che cambia volto. Pillon non ha ancora illustrato nel dettaglio la linea difensiva, limitandosi a dire che sta «studiando gli atti, che sono complessi e meritano adeguato approfondimento». Ma la sua presenza, di per sé, è già un messaggio. Perché pochi avvocati in Italia, oggi, sanno incarnare come lui quella che un tempo si sarebbe chiamata «battaglia culturale» dentro un’aula di tribunale.
«Nessuno è ingestibile»: le prime parole del nuovo legale
La dichiarazione rilasciata alla stampa è misurata, quasi scarna, ma contiene alcuni snodi rilevanti. Pillon definisce i suoi assistiti «persone per bene», una locuzione che nel lessico comune allude a una moralità di fondo non scalfita dalle contestazioni. Aggiunge l’aggettivo «preoccupati per i figli» e li accomuna a «ciascuno di noi nelle medesime circostanze»: una mossa retorica, certo, ma anche un’indicazione di strategia. Non c’è, nelle sue parole, alcuna concessione allo scandalo o alla spettacolarizzazione. Anzi, c’è una normalizzazione quasi voluta: la famiglia del bosco diventa, nel racconto del nuovo avvocato, una famiglia come tante, alle prese con un sistema che l’avrebbe fraintesa. «Ecco cosa faremo», ha detto senza però anticipare mosse processuali. Solo lo studio degli atti, e quella precisazione – non secondaria – sul passaggio di consegne tra difensori. Perché il rischio, per i coniugi, era che il cambio di avvocato venisse letto come un sintomo di ingestibilità appunto. Pillon ha voluto chiudere subito quella porta.
Un caso che sembra fatto apposta per lui
La verità, probabilmente, è che Simone Pillon cercava un caso come questo. O forse era il caso a cercare lui. Da quando ha lasciato il Senato (ma non la scena pubblica), l’avvocato veneziano ha coltivato con cura la sua immagine di baluardo tradizionalista, pronto a intervenire dove si toccano i nervi scoperti della famiglia, dell’autorità genitoriale, dei diritti dei minori e – di riflesso – del presunto attivismo giudiziario. La «Famiglia nel bosco» è un perfetto terreno di scontro: abbastanza ambiguo da permettere letture opposte, abbastanza mediatico da assicurare visibilità, e abbastanza complesso da richiedere un avvocato che non abbia paura di sporcarsi le mani con gli stereotipi. Pillon le sue le ha già usate: «brave persone», «di gran cuore», «nessuno è ingestibile». Parole che non sono solo difesa, ma anche costruzione di un’altra narrazione. Quella di due genitori che, in fondo, stavano solo cercando di proteggere i propri figli a modo loro. Il resto – l’allontanamento dalla società, le condizioni di vita, i provvedimenti dei servizi sociali – sarà materia per gli atti che lui dice di stare ancora studiando. Per ora, basti sapere che la farfalla sotto il mento è tornata, e ha scelto il bosco.




