La durata delle batterie nelle ibride plug-in, uno studio rivela le differenze tra i marchi
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Redazione Economia
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Mentre l'attenzione sul degrado delle batterie si concentra spesso sulle vetture elettriche pure, un interrogativo analogo, seppur meno dibattuto, riguarda le auto ibride plug-in, considerate da molti una soluzione transitoria verso la mobilità a zero emissioni. Chi opta per un modello PHEV, dotato di una batteria di dimensioni più contenute ma fondamentale per l'efficienza del sistema, legittimamente si chiede quale sia la sua reale aspettativa di vita e come questa possa influenzare il valore del veicolo nel lungo termine. A provare a dare una risposta concreta, basata non su simulazioni ma su dati reali, è stato l'automobile club tedesco ADAC, il quale ha condotto un'analisi in collaborazione con la società austriaca Aviloo, specializzata proprio nella diagnostica degli accumulatori.
I risultati dello studio su larga scala
La ricerca, che si distingue per l'ampiezza del campione analizzato, ha preso in esame oltre 28.500 misurazioni dello stato di salute, un parametro che indica la capacità residua di una batteria rispetto alla sua condizione originale. L'obiettivo era tracciare un quadro realistico del loro comportamento dopo diversi anni e chilometraggi, identificando quelle tendenze, positive o negative, che sono spesso imputabili alla chimica degli accumulatori e alle strategie di gestione termica ed elettrica implementate da ciascun costruttore. I dati, raccolti su veicoli appartenenti a sei diversi produttori, hanno rivelato differenze notevoli, scardinando l'idea di un degrado uniforme e inevitabile per tutte le tecnologie.
Mercedes in testa, altri indietro
Dall'analisi comparativa emerge con chiarezza che Mercedes-Benz si posiziona al vertice della classifica per quanto concerne la stabilità e la longevità delle sue batterie ibride plug-in. I suoi accumulatori, infatti, dimostrano di mantenere un livello di efficienza particolarmente elevato anche dopo aver superato i 200.000 chilometri di percorrenza, un dato che sottolinea la robustezza dell'intero sistema di accumulo. Al contrario, alcuni marchi, sebbene non menzionati esplicitamente nello studio, mostrano un deterioramento precoce delle prestazioni, con una perdita di capacità significativa che si manifesta in tempi molto più brevi e che, inevitabilmente, finisce per compromettere l'autonomia in modalità elettrica e l'economia generale del veicolo.
Il parallelo con le elettriche pure
Questi risultati sembrano trovare un riscontro confortante in un altro filone di indagini, quelle dedicate alle batterie delle auto completamente elettriche. Un esperimento condotto sempre da ADAC su una Volkswagen ID.3, per esempio, ha evidenziato come dopo 170.000 chilometri percorsi in quattro anni – un utilizzo intenso che includeva ricariche frequenti al 100% – la vettura abbia perso appena 12 chilometri di autonomia. Risultati analoghi provengono da una ricerca svedese che, esaminando 1.300 vetture, ha rilevato come otto su dieci mantengano oltre il 90% della capacità iniziale, suggerendo che la longevità degli accumulatori al litio, siano essi per ibrido plug-in o per veicoli elettrici, sia influenzata da una complessa serie di variabili tra cui, appunto, l'ingegnerizzazione del pacco batteria da parte della casa madre.




