Milano Cortina, l’analisi di un trionfo: quei trenta podi e la lode per un sistema che ha retto l’urto
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Redazione Sport
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La macchina organizzativa si è spenta da poche ore, i bracieri dell’Arena di Verona sono ormai freddi, e il rumore di fondo delle ultime competizioni lascia spazio alla conta, non solo numerica, del lascito di questi Giochi. Il presidente del Coni, Luciano Buonfiglio, nel tracciare un consuntivo a caldo, ha trovato una sintesi efficace che difficilmente verrà dimenticata: quella di una “Olimpiade da trenta e lode”. Un’espressione, la sua, che fotografa con precisione la duplice anima di una rassegna iridata che l’Italia porterà a lungo nella memoria. Da un lato, infatti, ci sono le trenta medaglie – dieci delle quali del metallo più pregiato – che hanno portato la delegazione azzurra a stabilire un nuovo record invernale, superando quel traguardo dei venti podi che a Lillehammer 1994 sembrava un miraggio irripetibile; dall’altro, come una ciliegina su una torta già ricca, c’è la consapevolezza, sottolineata dallo stesso Buonfiglio e ribadita a più voci da chi quell’organizzazione l’ha guidata, di aver mostrato al mondo un’Italia competente, capace di fare sistema e di gestire la complessità. Non era affatto scontato, e lo sanno bene a Palazzo H, dove Giovanni Malagò e Andrea Varnier hanno ricevuto una standing ovation dalla sessione del Cio, un riconoscimento che vale quanto una medaglia e che certifica la riuscita di un modello definito “diffuso”, esteso su ventiduemila chilometri quadrati, che qualcuno aveva liquidato come una follia italica e che invece ha funzionato, tenendo insieme territori diversi e tradizioni sportive lontane -2-7.
Il peso specifico di quei trenta allori e il rischio di un successo “costoso”
Ma al di là dell’entusiasmo delle cerimonie e dei proclami istituzionali, il dato sportivo puro e semplice merita una riflessione più approfondita, perché trenta medaglie non capitano per caso e raccontano di un vivaio in salute e di programmazione. Le cinque perle arrivate dal pattinaggio velocità, così come i cinque podi dello sci alpino – doppiato d’oro di Federica Brignone in SuperG e gigante – sono il segnale di una maturità tecnica trasversale, che ha toccato discipline storicamente generose come lo slittino, capace di regalare quattro gioie, e specialità di contorno come lo short track e il freestyle, che hanno arricchito il bottino con medaglie pesanti e combattute. La sensazione, confermata dalle cronache di *Caffè Corretto* e dalle voci dei giornalisti che hanno seguito la rassegna, è che il tifo non si sia limitato alle piste di Cortina o al trampolino di Predazzo, ma abbia contagiato l’intero Paese, creando un’identificazione collettiva che andava oltre il risultato del singolo atleta. Eppure, in questo mare di successi e di orgoglio patriottico, emerge una nota di colore che riguarda la sostenibilità economica di tanta grazia: il Fatto Quotidiano ha infatti sollevato il problema dei premi in denaro, cifre non indifferenti che lo Stato si trova ora a dover corrispondere – centottantamila euro lordi per ogni oro, novantamila per l’argento, sessantamila per il bronzo – con il Coni che, complice la riforma dello sport, rischia di andare in rosso e dovrà probabilmente attingere ai fondi governativi appositamente stanziati in manovra. Un paradosso solo apparente, questo, che trasforma il trionfo in un impegno finanziario non banale.
L’altra faccia della lode, tra primati assoluti e pagine di sportività
La “lode” di cui parla Buonfiglio, tuttavia, non si esaurisce nei crismi dell’organizzazione o nella sicurezza gestita con efficacia, come ha tenuto a precisare lo stesso presidente, parlando di forze dell’ordine presenti ma mai invadenti, un aspetto non secondario per un evento di queste dimensioni. La lode va cercata anche nelle storie, in quelle narrazioni parallele che hanno trasformato gesti atletici in pagine di letteratura sportiva. Si pensi a Francesca Lollobrigida, capace di vincere due ori e di regalarci l’immagine di suo figlio Tommaso che gioca con la medaglia mentre la mamma cerca di rispondere alle domande dei cronisti, o ad Arianna Fontana, divenuta con le sue quattordici presenze sul podio l’atleta italiana più medagliata di sempre, scavalcando leggende come Edoardo Mangiarotti e Stefania Belmondo. E che dire della sportività dimostrata dalle avversarie di Brignone, quelle svedesi e norvegesi che, sul gradino più basso del podio, si sono inginocchiate davanti alla valdostana in segno di riverenza per la sua superiorità tecnica? Non è solo folklore, ma la cartina di tornasole di un clima disteso e di un livello agonistico altissimo, che ha visto anche epiche rimonte, come quella di Davide Ghiotto e compagni nell’inseguimento a squadre, capaci di ribaltare gli Stati Uniti davanti a seimila spettatori in visibilio all’Oval di Rho.
L’impatto mediatico e la consacrazione del modello “diffuso” per il futuro
Se il medagliere racconta di una potenza sportiva consolidata – quarto posto assoluto alle spalle di Norvegia, Germania e del nuovo corso statunitense di Trump, per inciso – l’eredità di questi Giochi si gioca su un altro tavolo, quello della credibilità internazionale. Lo ha capito bene Andrea Varnier, ad di Fondazione Milano Cortina, quando ha rivendicato con orgoglio il primato di un’Olimpiade “pionieristica” per struttura e concezione, capace di attrarre un milione e trecentomila spettatori e di coinvolgere un esercito di giovani volontari provenienti da novantotto Paesi diversi. Un modello che, se dovesse rivelarsi replicabile, potrebbe cambiare il paradigma dei Giochi futuri, dimostrando che non è necessario costruire megalopoli olimpiche ex novo, ma si può valorizzare ciò che esiste, creando un indotto diffuso e lasciando infrastrutture che, nel caso specifico, non diventeranno cattedrali nel deserto. La pista da bob di Cortina, tanto discussa, rimarrà in funzione, e il palazzo del ghiaccio di Rho non verrà smantellato, ma riconvertito in centro di preparazione: un segnale concreto che l’investimento pubblico – e quello privato – non finisce nel dimenticatoio con lo spegnimento della fiamma. E mentre le televisioni di mezzo mondo mandavano in onda le gesta di atleti come il norvegese Klaebo, re dello sci di fondo con sei ori, o del “Dio dei quadrupli” Malinin, caduto e poi miracolosamente risorto nel galà di chiusura, l’Italia si godeva anche lo spot involontario di Snoop Dogg, inviato speciale della Nbc, che tra una pista di curling e una visita al Cenacolo, diventava ambassador planetario della felicità a Cinque Cerchi, confezionando un’operazione di marketing territoriale dal valore inestimabile.




