Caos in Figc, il caso Pirlo e le dimissioni di Maldini e Leonardo: la ricostruzione
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Redazione Sport
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La vicenda che ha coinvolto il nuovo corso della Federcalcio italiana si è consumata in poche, frenetiche settimane, lasciando sul terreno domande e polemiche.
La candidatura di Andrea Pirlo per la panchina della Nazionale, caldeggiata con insistenza dall'area tecnica guidata da Paolo Maldini, si è infranta contro ostacoli di natura politica e contrattuale che hanno avuto il peso specifico di un macigno; e così, quella che doveva essere la svolta tecnica e mediatica del calcio azzurro si è trasformata in un caso dai contorni ancora poco definiti, che ha portato ai saluti del direttore tecnico e del suo advisor, Leonardo.
Il quotidiano Corriere della Sera, attraverso la firma del giornalista Fabrizio Roncone, ha messo nero su bianco una riflessione che, per quanto aspra, fotografa lo stato di un disgelo istituzionale che sembrava già compromesso in partenza.
La candidatura Pirlo e il muro di Malagò
Il nome di Andrea Pirlo era stato proposto come una soluzione quasi naturale per ridare smalto e identità alla Nazionale, un progetto che Maldini aveva sposato in pieno e che aveva cercato di portare avanti con una certa ostinazione. Tuttavia, come rivelato da ricostruzioni giornalistiche e commenti apparsi sulle principali testate, la resistenza opposta da altri fronti – in particolare per i noti problemi legati a un contratto di sponsorizzazione con un'azienda russa di scommesse – ha bloccato sul nascere la trattativa.
Il presidente federale Giovanni Malagò, di fronte a queste frizioni, ha di fatto imposto uno stop alla candidatura dell'ex regista, determinando una frattura insanabile all'interno della nuova governance. La scelta di Pirlo, a detta di molti osservatori e come scritto dal Corriere della Sera, andava considerata già archiviata da giorni per un insieme di ragioni solide e oggettive, ma la persistenza di Maldini nel voler portare avanti quel nome ha finito per trasformare una valutazione tecnica in un braccio di ferro istituzionale, con esiti che adesso sono sotto gli occhi di tutti.
Lo scontro e l'addio
Lo scontro tra la volontà del direttore tecnico e la linea imposta dalla presidenza ha prodotto un effetto domino che nessuno, forse, aveva previsto nella sua interezza. Nel corso del pomeriggio di ieri, Maldini e Leonardo hanno formalizzato le proprie dimissioni, comunicandole direttamente al numero uno della Figc; un atto che sancisce la fine anticipata di un progetto che, nelle intenzioni, doveva rappresentare la rinascita del movimento calcistico italiano dopo le delusioni degli ultimi anni.
Il Fatto Quotidiano, in un articolo firmato da Lorenzo Vendemiale, non ha usato giri di parole per definire la situazione, parlando apertamente di un'era Malagò già in disastro e bollando come dilettanti allo sbaraglio i protagonisti di questa vicenda, tra i quali spiccano proprio i due dirigenti dimissionari.
La sensazione che trapela dalle cronache è che la gestione della partita per il nuovo ct abbia messo in luce non solo divergenze di vedute, ma anche una profonda inadeguatezza nel metodo con cui sono state condotte le trattative e prese le decisioni, una sorta di cortocircuito tra ambizione e realtà politica che ha finito per travolgere i diretti interessati.
L'attesa e la seconda vita di Maldini
Per comprendere a fondo la portata di questa scelta e l'amarezza che probabilmente accompagna l'uscita di scena di uno dei simboli del calcio mondiale, è utile ricordare il percorso che ha riportato Maldini nel mondo del pallone dopo il lungo silenzio seguito al suo addio al Milan. Dopo l'ultima partita giocata nel lontano maggio del 2009, l'ex capitano rossonero ha atteso quasi un decennio prima di rimettersi in gioco e accettare un incarico dirigenziale.
In questi anni, Maldini ha sempre preferito aspettare il momento giusto o forse, come è stato scritto, la chiamata giusta, quella che provenisse dal Milan; altrimenti, se avesse voluto, avrebbe potuto ripartire immediatamente, magari indossando la tuta da collaboratore tecnico al fianco di Carlo Ancelotti al Chelsea.
Questa attesa, che ha caratterizzato la sua seconda vita nel calcio, rende ancora più clamoroso l'epilogo della sua esperienza federale, durata lo spazio di un mattino e consumatasi su una questione di principio che ha visto contrapposta la sua visione tecnica alle necessità politiche e agli equilibri di potere interni alla Figc.
Una gestione controversa
La vicenda, al netto delle singole personalità coinvolte, solleva interrogativi più ampi sulla capacità della Federazione di gestire le transizioni e di coniugare competenza tecnica e sostenibilità politica. L'impressione, condivisa da più parti e ripresa con toni critici da organi di stampa come il Corriere della Sera, è che l'operato di Malagò, Maldini e Leonardo sia stato sin dall'inizio caratterizzato da una certa improvvisazione, come se i tre si trovassero a navigare a vista in acque sconosciute.
La decisione di puntare su Pirlo, che già in passato aveva mostrato luci e ombre sulla panchina della Juventus, è stata letta come un azzardo tattico, un tentativo di operare un taglio netto con il passato che però si è scontrato con la realtà dei fatti, in primis con gli accordi commerciali in essere che hanno reso impraticabile quella strada.
La scelta di gettare la spugna da parte di Maldini e Leonardo, piuttosto che accettare un compromesso o un ripiegamento su altri nomi, appare come l'estremo atto di chi non intende scendere a patti su un progetto ritenuto giusto, anche a costo di chiudere anzitempo una porta che si era appena aperta, lasciando la Nazionale e la Federazione a fare i conti con un'emergenza che non era stata prevista e con un vuoto di potere che, adesso, andrà necessariamente colmato.
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