La globalizzazione e i suoi nodi: dazi, petrolio e nuovi equilibri nel caos mediorientale
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
Jerome Powell, presidente della Federal Reserve, ha messo in guardia contro l’effetto distorsivo dei dazi commerciali, che rischiano di compromettere il duplice obiettivo della banca centrale statunitense: tenere sotto controllo l’inflazione e contenere la disoccupazione. A differenza della Bce, la Fed – è bene ricordarlo – include nella sua missione anche il monitoraggio del mercato del lavoro, un dettaglio non trascurabile in un’epoca in cui le politiche monetarie dividono l’Occidente. Powell ha definito "significativamente più ampi del previsto" i nuovi dazi annunciati, paventando il rischio di un’inflazione più alta e di una crescita economica più lenta.
Ma mentre Washington discute di tariffe e PIL, Donald Trump – come riportato da Luigi Santucci – ha messo a segno un colpo da maestro nelle petromonarchie del Golfo, raccogliendo promesse di investimenti stratosferici: 600 miliardi dall’Arabia Saudita, 300 dal Qatar, addirittura 1.400 dagli Emirati Arabi Uniti. Cifre che, anche se ridimensionate dagli scettici, disegnano un quadro in cui gli interessi economici si intrecciano con la geopolitica più ambiziosa.
Qui il discorso si fa più complesso, perché dietro ai trilioni di dollari si nasconde un ridisegno degli equilibri mediorientali. Trump, dopo anni di rapporti altalenanti con Benjamin Netanyahu, sembra aver trovato una nuova intesa con Israele, mentre Arabia Saudita e Turchia – un tempo rivali – appaiono ora coinvolte in una sorta di "Yalta mediorientale". Un’analogia audace, ma non priva di fondamento: come nel 1945 le potenze vincitrici si spartirono l’Europa, oggi gli Stati Uniti, con il sostegno delle monarchie del Golfo, stanno ridefinendo le aree di influenza in una regione ancora scossa dalle Primavere arabe




