Giorgio Armani, il testamento svela l'eredità: la fondazione proprietaria, Dell'Orco al comando
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Redazione Interno
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L’apertura del testamento di Giorgio Armani, avvenuta nello studio del notaio Elena Terrenghi, ha definitivamente chiarito le sorti dell’impero di moda costruito in decenni di carriera dallo stilista, scomparso lo scorso 4 settembre all’età di 91 anni. Contrariamente a quanto ipotizzato da molti, non si tratta di un unico documento bensì di due distinte buste, entrambe scritte di pugno dal fondatore, che delineano un assetto di potere articolato e ponderato, volto a garantire la continuità del suo lascito creativo e imprenditoriale.
La proprietà dell’intera Giorgio Armani Spa, pilastro portante del gruppo, viene devoluta alla Fondazione Giorgio Armani. Questo passaggio, cruciale, sottrae l’azienda a logiche di mercato immediate e la affida a un’entità il cui scopo primario è preservare l’integrità del marchio e la visione del suo creatore nel lungo periodo. Tuttavia, la gestione operativa e il controllo non sono concentrati in un’unica figura. All’assistente storico e compagno, Pantaleo Dell’Orco, spetta una quota del 40% dei diritti di voto, assegnandogli di fatto un ruolo preminente nella guida futura della maison.
Il resto dei diritti di voto viene ripartito in maniera tale da creare un necessario equilibrio: il 30% è attribuito alla Fondazione stessa, mentre i nipoti di Armani, Silvana Armani e Andrea Camerana, si divideranno la quota rimanente, ottenendo ciascuno il 15%. Questo meccanismo, che potrebbe apparire complesso, è in realtà studiato per bilanciare le decisioni e impedire che una sola voce possa prevalere senza un ampio consenso, assicurando che la governance proceda in maniera collegiale e rispettosa delle volontà del defunto.




