Referendum giustizia, il fronte del no e del sì si confrontano tra dibattiti e posizioni critiche
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Redazione Interno
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A poco più di una settimana dal voto che domenica 22 e lunedì 23 marzo chiamerà gli italiani alle urne per il referendum sulla giustizia, il confronto pubblico si infittisce di sfumature e contrapposizioni che attraversano trasversalmente il mondo delle toghe, dell’avvocatura e della politica. La riforma costituzionale, incentrata sulla separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti – con la prevista istituzione di due distinti Consigli superiori e l’introduzione del sorteggio per la selezione dei loro componenti – sta producendo un dibattito che, lungi dal rimanere confinato alle aule parlamentari o ai palazzi di giustizia, si riverbera in assemblee pubbliche e iniziative territoriali dove le ragioni dell’uno e dell’altro schieramento vengono sottoposte al vaglio dei cittadini.
Se da un lato il fronte del "no" può contare su esponenti di primo piano della magistratura associativa, come Edmondo Bruti Liberati, già procuratore capo a Milano e presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, il quale in vari incontri pubblici – da ultimo ad Ancona in una iniziativa promossa dalla Cgil – mette in guardia quella che lui ritiene una deriva verso un controllo politico della funzione requirente, dall’altro lato emerge una minoranza di magistrati, certo meno numerosa ma non per questo meno autorevole, che ha deciso di sostenere apertamente il "sì". Tra questi spicca la figura di Alfonso D’Avino, procuratore capo di Parma, il quale nel corso di un dibattito a Mantova organizzato dalle camere penali ha ribadito come la separazione dei percorsi professionali rappresenti, a suo avviso, lo sbocco naturale di un percorso avviato con il nuovo codice di procedura penale, pur riconoscendo che i colleghi schierati per la riforma non sono moltissimi e che molti di loro, pur condividendo tali posizioni, preferiscono per una questione di opportunità o di clima interno non esporsi pubblicamente.
Le voci della magistratura e il fronte degli avvocati
La dialettica, come era prevedibile, non risparmia toni accesi e argomentazioni talvolta antitetiche, che investono il merito giuridico ma anche le implicazioni politiche e ordinamentali della consultazione. Se Gaetano Bono, sostituto procuratore generale di Caltanissetta, arriva a sostenere che il vero obiettivo della riforma sia quello di "disarmare" il pubblico ministero sottraendogli la polizia giudiziaria per affidarne il controllo alla politica, come avrebbe lasciato intendere il vicepremier Antonio Tajani -4, dall’altra parte dello schieramento si collocano le posizioni di chi, come Armando Spataro, già procuratore a Torino, legge nel referendum e nella legge di revisione costituzionale che ne è oggetto una minaccia ai diritti dei cittadini e al principio di uguaglianza davanti alla legge, paventando il rischio di un "sorteggio teleguidato" dei componenti del Csm che finirebbe per accentuare, e non ridurre, l’impronta politica dell’autogoverno. Il dibattito, insomma, si sviluppa su un crinale assai sottile, dove le valutazioni tecniche si intrecciano inestricabilmente con le visioni dell’assetto costituzionale e dei rapporti tra i poteri dello Stato.
Particolarmente vivace è la discussione negli incontri organizzati dall’avvocatura, che nelle camere penali trova il suo avamposto più agguerrito in favore del "sì". A Treviso, in un affollato confronto presso palazzo dei Trecento, le ragioni della separazione sono state sostenute con forza da avvocati come Simone Guglielmin, il quale ha posto l’accento sulla necessità di garantire una chiara terzietà del giudice, mentre dall’altra parte Francesco Pedoja, già presidente del tribunale di Pordenone, ha replicato sottolineando quella che a suo dire è l’inutilità di una riforma che modificherebbe sette articoli della Costituzione senza risolvere i reali problemi dell’amministrazione giudiziaria, come l’eccessiva durata dei processi o la cronica carenza di risorse umane e materiali. L’avvocato Maurizio Visconti, sempre per il fronte del "no", ha poi sollevato una questione non secondaria, rilevando quella che considera una contraddizione di fondo: come si possa, da un lato, ipotizzare due organi di governo distinti per giudici e pm e, dall’altro, mantenere un’unica Alta Corte disciplinare dove le due categorie tornerebbero a riunirsi, vanificando di fatto la ratio della separazione.
La politica e le sue contraddizioni nel dibattito pubblico
Il centrodestra, ovviamente, si stringe in ordine sparso ma compatto attorno al sostegno alla riforma, come dimostra l’iniziativa svoltasi a Cagliari dove Pietro Pittalis, membro di Forza Italia nella commissione Giustizia alla Camera, ha ribadito la centralità di quella che è stata definita una battaglia storica della libera avvocatura. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di voto e degli schieramenti ufficiali, ciò che colpisce in questa campagna referendaria è il moltiplicarsi di posizioni che sfuggono alle tradizionali classificazioni politiche e culturali. A rendere il quadro ancora più complesso, infatti, contribuiscono le torsioni e talvolta le apparenti inversioni di rotta di diversi protagonisti della scena pubblica i quali, nel corso degli anni, hanno espresso valutazioni diametralmente opposte sul tema della separazione delle carriere. Figure come Massimo D’Alema, che nella Bicamerale degli anni Novanta aveva sostenuto l’opportunità di ruoli distinti e due diversi Csm, oggi si schierano convintamente per il "no", mentre altri, come l’ex magistrato Antonio Di Pietro, un tempo feroce critico della separazione in quanto primo passo verso un controllo esecutivo sulla magistratura inquirente, sono oggi tra i più accesi sostenitori del "sì", arrivando a raccogliere plateali consensi in comizi pubblici.
L'elenco dei magistrati per il sì e le ragioni di un voto
Di fronte a questo scenario, dove le appartenenze sembrano talvolta confondersi e le vecchie certezze vacillare, la discussione si concentra inevitabilmente sul cuore della riforma: la separazione delle funzioni e i suoi riflessi sull’equilibrio dei poteri. I magistrati che hanno aderito al comitato per il "sì" – e il loro elenco, pubblicato nei giorni scorsi, comprende nomi in servizio e in quiescenza, giudici di pace, di tribunale e di Cassazione, a testimonianza di una certa trasversalità interna all’ordine giudiziario -7 – motivano la loro scelta con la convinzione che una distinzione più netta possa giovare alla credibilità dell’intero sistema e alla percezione che i cittadini hanno dell’amministrazione della giustizia. Dall’altra parte, il fronte del "no" – che può contare sull’appoggio di ampi settori della sinistra politica e sindacale, come dimostra l’impegno della Cgil nel promuovere incontri e dibattiti nelle principali città italiane -8 – insiste nel denunciare il pericolo di una subordinazione della magistratura requirente al potere esecutivo, una preoccupazione che, a ben guardare, attraversa anche segmenti della società civile e della dottrina giuridica meno allineati alle posizioni ufficiali dei partiti. Quella che si consumerà nelle urne tra pochi giorni, al di là del risultato numerico, rappresenta dunque una tappa significativa nella lunga e tormentata storia della giustizia italiana, i cui sviluppi – qualsiasi essi siano – incideranno profondamente sull’architettura costituzionale repubblicana.




