Camera ardente per don Antonio Mazzi: l’omaggio al Parco Lambro

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La camera ardente per don Antonio Mazzi è stata aperta nella sede della Fondazione Exodus al Parco Lambro di Milano, dove collaboratori, volontari, ex ospiti e cittadini hanno iniziato a rendere omaggio al fondatore, morto il 31 luglio all’età di 96 anni. Gli ingressi alla struttura hanno accompagnato le ore successive alla sua scomparsa, con molte persone arrivate per un ultimo saluto. Nel luogo che per anni ha rappresentato il centro della sua attività prende forma anche il futuro di Exodus, seguendo il principio della collegialità indicato dallo stesso don Mazzi.

L’ultimo saluto al Parco Lambro e gli orari della camera ardente

La camera ardente nella sede della Fondazione Exodus al Parco Lambro di Milano è rimasta aperta per permettere a chi lo ha conosciuto di avvicinarsi al feretro e lasciare un ricordo. La partecipazione ha coinvolto persone con ruoli diversi, dai collaboratori ai volontari fino agli ex ospiti e ai cittadini che hanno voluto essere presenti. L’omaggio è proseguito anche nella mattinata successiva, con nuovi ingressi nella struttura aperta dalle 9 e con la previsione di ulteriori fasce di accesso dalle 17 alle 20.

Il funerale di don Antonio Mazzi è previsto nella Basilica di Sant’Ambrogio, mentre il momento della camera ardente ha raccolto testimonianze legate al percorso umano e sociale costruito negli anni. Tra le persone presenti è emerso il ricordo di un sacerdote che aveva dedicato gran parte del proprio impegno ai giovani e alle situazioni di disagio. Il futuro di Exodus viene ora collegato alle indicazioni lasciate da don Mazzi, con un riferimento alla collegialità come modalità per proseguire il lavoro avviato.

Il messaggio sul disagio e il lavoro con le persone fragili

Tra le testimonianze legate a don Antonio Mazzi c’è anche quella di Simone Feder, lo psicologo che coordina il “Team Rogoredo”, che ha ricordato una delle convinzioni più ripetute dal sacerdote: dietro la droga bisogna cercare il disagio della persona. Secondo Feder, don Mazzi invitava a intercettare la sofferenza prima che diventasse insostenibile, osservando il problema nella sua dimensione più ampia e non fermandosi soltanto alla dipendenza.

Il riferimento a Rogoredo richiama il lavoro svolto per portare attenzione verso persone invisibili e condizioni difficili, in un’area di Milano che per anni è stata conosciuta come una delle più grandi piazze di spaccio della Lombardia. Feder ha raccontato come l’approccio indicato da don Mazzi fosse legato alla necessità di guardare oltre il consumo di sostanze, per individuare le cause profonde del disagio e della solitudine. Questo pensiero è rimasto uno degli elementi ricordati durante le ore dell’ultimo saluto.

Le storie personali e il ricordo delle istituzioni milanesi

Tra i ricordi più intensi c’è quello di Matteo, che ha raccontato l’ultimo incontro con don Antonio Mazzi. Dopo essere andato a salutarlo, gli ha passato una mano sul viso, ripetendo un gesto che il sacerdote aveva fatto con lui quando era molto giovane, in un momento segnato da una vita senza direzione e da un ergastolo appena pronunciato. Matteo, insieme alla madre Irene Sisi e a Claudia Francardi, vedova del carabiniere Antonio Santarelli rimasto ucciso, ha ricordato che don Mazzi aveva contribuito a salvare le loro vite.

Anche le istituzioni milanesi hanno partecipato al ricordo di don Antonio Mazzi. L’assessore alle Opere pubbliche del Comune di Milano Marco Granelli ha definito il sacerdote una figura capace di rispondere alle sfide dei giovani della città e ha sottolineato l’importanza di mantenere viva la sua storia nelle scelte quotidiane. La camera ardente al Parco Lambro ha così raccolto testimonianze diverse, unite dal ricordo di un percorso dedicato all’ascolto del disagio e all’accoglienza delle persone in difficoltà.

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