Cohn-Bendit: “Con il voto ungherese il vento è cambiato, il populismo ormai è al capolinea”
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Redazione Esteri
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Non capita spesso, in questi anni segnati da una retorica politica spesso urlata e da risultati elettorali che sembravano inchiodare l’Europa a un’inerzia sovranista, di assistere a un’inversione così netta nel giudizio di un osservatore navigato. Eppure Daniel Cohn-Bendit, che del Sessantotto francese è stato uno dei volti più riconoscibili per poi approdare, con la stessa verve polemica, alla guida dei Verdi europei, non ha esitato a trarre le sue conclusioni. Il voto in Ungheria, spiega, ha dimostrato qualcosa che molti davano ormai per scontato solo in chiave negativa: il cosiddetto “populismo illiberale” non risolve i problemi della gente, e i cittadini – magari stancamente, ma in modo sempre più consapevole – hanno cominciato a capirlo. «Il vento è cambiato», dichiara senza mezzi termini, e lo stesso soffio che ha spazzato via la certezza della rielezione di Viktor Orbán – per anni considerato un punto di riferimento insostituibile per chi guardava con simpatia a Mosca o a certe derive identitarie – sta mostrando, quasi per contrappasso, un’altra verità scomoda: Donald Trump, che siede alla Casa Bianca da più di un anno, è «pazzo».
La solitudine di Putin: con il ko di Orbán l’incubo russo è realtà
Non sono passate nemmeno ventiquattr’ore dalla sconfitta elettorale di Orbán – lui che aveva costruito gran parte della sua narrazione su una presunta eccezionalità magiara capace di resistere ai dettami di Bruxelles – che il Cremlino, con la consueta prosa glaciale di Dmitry Peskov, ha già archiviato il rapporto privilegiato. L’Ungheria, fa sapere il portavoce, è ora «un Paese ostile alla Russia», e non ci saranno congratulazioni ufficiali per il vincitore Peter Magyar. La domanda, implicitamente provocatoria, se l’ex premier uscente fosse stato un amico, è stata liquidata con un silenzio che dice più di mille parole: chiunque abbia scommesso su Budapest come cuneo all’interno dell’alleanza atlantica, per Mosca appartiene ormai al passato. La sconfitta di Orbán, insomma, non rappresenta solo un cambio di guardia nella piazza centrale di Pest, ma sgretola anche uno dei pilastri su cui Putin aveva costruito la sua “solitudine strategica” in Europa. Senza quell’intercessore che per anni ha vetato o rallentato le sanzioni, l’isolamento del dittatore russo diventa più marcato.
Il fuori programma del biglietto sul palco di Magyar: “Szijjártó è al ministero a bruciare carte”
La transizione, a Budapest, ha già assunto i contorni di un romanzo di spionaggio firmato John le Carré. Mentre Peter Magyar stava rispondendo alle domande dei cronisti, un collaboratore gli ha infilato un bigliettino sul podio – un gesto rapido, quasi furtivo – e lui, dopo un attimo di esitazione, ha deciso di leggerlo ad alta voce, chiarendo un piccolo giallo che si trascinava da ore. Sul foglietto, l’accusa precisa: il ministro degli Esteri uscente, Péter Szijjártó, quello stesso che era stato “pizzicato” di recente in circostanze poco chiare, si troverebbe ancora al ministero, intento a bruciare documenti. Nessun dettaglio esplicito sull’accaduto precedente, che gli inquirenti dovranno eventualmente vagliare, ma l’immagine evocata è quella di una destituzione disordinata, quasi febbrile, in cui chi perde cerca di cancellare le tracce prima di lasciare la poltrona. La frase, pronunciata senza enfasi ma con la precisione di chi sa di avere il pubblico dalla sua parte, ha già acceso un riflettore su ciò che accade negli interstizi del potere quando questo vacilla.
Magyar e l’Ungheria tra Ue e Nato: “Non chiamerò Putin né Trump”
Diciotto bandiere ungheresi, due europee. Per la sua prima conferenza stampa internazionale, Peter Magyar ha scelto una scenografia che sembrava voler segnalare, ancora una volta, che «il destino dell’Ungheria non si gioca a Washington o Bruxelles». Parole ribadite con calma nel corso del briefing, ma accompagnate da un gesto altrettanto eloquente: il trionfatore delle elezioni di domenica ha annunciato che non intende chiamare né Vladimir Putin né Donald Trump. Una scelta, quest’ultima, che suona come una presa di distanza netta dall’eredità di Orbán – il quale invece coltivava quel doppio canale come un vanto – e che al contempo evita qualsiasi spettacolarizzazione del rapporto con la nuova amministrazione americana. Magyar non ha bisogno di gesti plateali per segnalare l’avvenuto cambio di rotta: il suo silenzio telefonico verso Mosca e Washington parla più di qualunque dichiarazione di intenti, e lascia intendere che l’Ungheria cercherà di ritagliarsi uno spazio più europeo, o almeno meno ancillare rispetto alle due potenze che per anni hanno corteggiato Budapest.
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