Vertice a Palazzo Chigi, la maggioranza prova a blindare la nuova legge elettorale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non c’è tregua, a quanto pare, sul fronte della riforma elettorale. Da questa mattina, e per diverse ore, si è tenuto a Palazzo Chigi un vertice convocato dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con l’obiettivo dichiarato – almeno stando ai partecipanti – di limare gli ultimi aspetti di una proposta che, occorre ricordarlo, giace da settimane in commissione Affari costituzionali alla Camera. Al tavolo, intorno al quale la tensione si respirava solo attraverso il peso delle scelte tecniche, si sono seduti i vicepresidenti del Consiglio, Matteo Salvini e Antonio Tajani, e il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi; con loro, a completare il quadro, una nutrita pattuglia di esperti di partito, quelli che solitamente maneggiano i paletti e le percentuali, dai collegi uninominali ai quozienti.

I tecnici e le mediazioni nascoste

La riunione, che fonti di coalizione descrivono come “approfondita” e persino “determinata” nelle conclusioni, ha visto alternarsi interventi di peso. C’erano, per esempio, Giovanni Donzelli per Fratelli d’Italia, affiancato da Alessandro Battilocchio e Stefano Benigni per Forza Italia, mentre Roberto Calderoli rappresentava gli interessi della Lega. Non si tratta, si badi bene, di una semplice passerella: in queste riunioni si gioca la partita vera, quella dei numeri e delle soglie, che nessun leader politico può delegare del tutto ai propri “tecnici”. La discussione, a quanto è dato sapere, si è concentrata sulle modifiche da apportare al testo base, quello che dovrà garantire – questa l’ambizione – un premio di maggioranza solido e una durata dell’esecutivo per l’intera legislatura, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni.

La mossa del centrodestra: un tavolo con le opposizioni

Dello stesso vertice, e lo si evince da alcune dichiarazioni riportate in serata, è emersa anche una strategia precisa nei confronti delle opposizioni. Il governo, e più in generale la coalizione, si è detta pronta ad avviare un confronto diretto con i partiti che non sostengono l’esecutivo, “per verificare”, spiegano le stesse fonti, “se vi sia convergenza sull’obiettivo della stabilità”. La frase, volutamente asciutta, cela una stoccata politica: chi si opporrà alla riforma, nelle intenzioni della maggioranza, finirebbe con il preferire – così recita il ragionamento – sistemi che consentono di governare anche a chi non ha raccolto il consenso della maggioranza dei cittadini. Una messa in mora, insomma, che mira a stizzare le acque prima ancora che la discussione parlamentare entri nel vivo.

La reazione dei costituzionalisti e il nodo della governabilità

Mentre i vertici di Palazzo Chigi discutevano a porte chiuse, fuori dal palazzo però l’aria era già rovente. Centoventisei costituzionalisti, infatti, hanno firmato un appello in cui esprimono “preoccupazione” per la direzione intrapresa; un segnale che l’esecutivo, stando ai fatti, ha scelto di non sottovalutare, anche se la determinazione a tirare dritto resta invariata. La legge proposta, va detto, intende risolvere un problema storico del sistema italiano: l’eccessiva frammentazione parlamentare che, in passato, ha generato governi di breve durata. Ma l’approccio scelto – un premio di maggioranza che alcuni critici definiscono “maggioritario di fatto” – rischia di incontrare ostacoli non solo in Aula, ma anche sul fronte giuridico. Per ora, tuttavia, la coalizione non arretra: l’obiettivo dichiarato è portare a casa la riforma, blindandola con i numeri di cui dispone attualmente in Parlamento, senza attendere chissà quali convergenze che, nella politica italiana, sono spesso più un miraggio che una realtà concreta.

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