Figc, la Serie A prova a blindare Malagò ma il fronte dei dilettanti alza il muro

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Lunedì mattina, la sede della Lega di Serie A in via Rosellini si trasformerà nel crocevia del futuro del calcio italiano. A una settimana esatta dalle dimissioni di Gabriele Gravina, avvenute dopo la mancata qualificazione mondiale che ha gettato nello sconforto il movimento, i venti club del massimo campionato sono chiamati a ricucire lo strappo politico per indicare un candidato unitario in vista del voto federale del 22 giugno. Il nome sul tavolo, caldeggiato con insistenza dalle cosiddette grandi del campionato, è quello di Giovanni Malagò, l’ex numero uno del Coni che ha appena raccolto i frutti del successo olimpico di Milano-Cortina. L’obiettivo dichiarato è raggiungere una maggioranza qualificata di sedici consensi su venti, una sorta di blindatura preventiva necessaria per disinnescare le polveri di una possibile guerriglia interna e per presentarsi al voto con la patente di leader indiscusso della componente più mediatica del sistema.

Dietro questa spinta, tuttavia, si nascondono equilibri di potere ben più complessi di una semplice conta aritmetica. Aurelio De Laurentiis, per esempio, si è spinto fino a definire Malagò "la persona perfetta", un endorsement pesante che viaggia di pari passo con la regia silenziosa ma efficace di Giuseppe Marotta, il presidente dell'Inter che nelle scorse ore ha intensificato i colloqui istituzionali anche a Roma. Eppure, se da un lato i big club spingono per accelerare, dall’altro resistono frange di opposizione interna che, secondo alcune indiscrezioni riportate negli ambienti di viale del Bosco, ridimensionerebbero il consenso reale a una dozzina di franchise, ben lontane dalla soglia psicologica dei sedici. Tra questi, spicca la posizione di Claudio Lotito, patron della Lazio, che starebbe prendendo le distanze dall’operazione per non disperdere il potere negoziale della vecchia guardia federale.

L’incognita Marotta e il veto del governo

Mentre la Serie A tenta di compattarsi, il quadro politico si complica ulteriormente a causa delle interferenze provenienti dal mondo istituzionale. Giuseppe Marotta, figura di spicco nel consiglio federale, è stato ricevuto al Quirinale durante le celebrazioni per la spedizione azzurra di Milano-Cortina, ma il nodo vero rimane il rapporto con Palazzo Chigi. Il ministro Giorgetti, in particolare, avrebbe manifestato più di una riserva sulla candidatura di Malagò, ritenendo forse più opportuno procedere con la nomina di un commissario straordinario; una soluzione, quest’ultima, che consentirebbe di avviare quelle riforme strutturali – dalla revisione dei settori giovanili al nuovo rapporto tra professionismo e movimento dilettantistico – che il governo considera indifferibili.

La posizione dell’esecutivo, filtrata attraverso i canali informali che legano via Rosellini al CONI, rappresenta una variabile impazzita di non poco conto. Sebbene la Federcalcio sia tecnicamente un ente autonomo, il peso politico dello Stato si fa sentire eccome, soprattutto in una fase di transizione così delicata. Malagò, forte della sua lunga militanza nell’olimpo sportivo italiano, cerca una convergenza forte che possa mettere al riparo la sua candidatura da eventuali veti incrociati; ma il silenzio di Gravina, ancora in carica per la ordinaria amministrazione fino alle elezioni, lascia intendere che la partita è tutt’altro che chiusa.

Abete e i dilettanti, l’ago della bilancia

A rendere la corsa di Malagò una salita in salita, però, è soprattutto la geografia dei pesi elettorali. La Lega di Serie A, in assemblea federale, controlla appena il 18 per cento dei voti, una fetta di torta importante ma non sufficiente a fare la differenza se non si trova sponda altrove. Lo scranno più alto, quello che vale il 34 per cento delle preferenze, è saldamente nelle mani della Lega Nazionale Dilettanti, attualmente guidata da Giancarlo Abete. Ed è proprio qui che si gioca la partita vera. Abete, presidente navigato che conosce ogni meandro della burocrazia federale, sta tessendo una fitta tela diplomatica per proporre un profilo alternativo, magari interno alle dinamiche federali, capace di arginare l’irruzione di un "outsider" come l'ex presidente del Coni.

Per ora, il fronte dei dilettanti non mostra segni di cedimento: i voti di Abete non sono confluibili nel carrozzone di Malagò, e anzi rappresentano il principale ostacolo per chi sogna una scalata solitaria al potere. A questi si aggiunge il peso specifico dell’Associazione Calciatori (AIC) di Umberto Calcagno, che con il suo 20 per cento potrebbe fungere da vero e proprio ago della bilancia in un eventuale ballottaggio. Le componenti minori, come la Lega Pro e gli allenatori, aspettano prudenti prima di scegliere da che parte stare, consapevoli che una maggioranza troppo risicata rischierebbe di paralizzare la federazione ancor prima della sua nascita.

Lo stallo e i numeri della discordia

La riunione di lunedì, quindi, non sarà solo un momento di verifica dei consensi, ma anche un banco di prova per capire se la spinta propulsiva delle grandi società potrà realmente scardinare l’immobilismo della provincia calcistica. La forbice tra i 16 voti sperati e gli 11 o 12 che circolano nei corridoi della Lega racconta di una spaccatura profonda, dove le alleanze si costruiscono più sulle paure che sulle visioni comuni del futuro. Il fatto che la scadenza per la presentazione ufficiale delle candidature sia fissata al 13 maggio lascia spazio a margini di manovra e possibili ripensamenti, ma il pressing su Malagò è fortissimo.

Per lui, che arriva a questa partita forte del successo internazionale delle Olimpiadi invernali, si tratta di una sfida esistenziale. Raccogliere l’eredità di Gravina, segnata dal terzo flop mondiale consecutivo, significa mettersi al timone di una nave che imbarca acqua da tutte le parti. Se la Serie A riuscisse a esprimersi con una voce sola, l’onda d’urto politica sarebbe tale da costringere anche i più scettici a fare un passo indietro. Altrimenti, il vuoto lasciato dalle dimissioni del vecchio presidente rischia di trasformarsi in una voragine, spalancando le porte a un commissariamento che nessuno nel sistema, né i club né i dirigenti federali, può realmente permettersi di volere.

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