Riforma dei comuni montani, la protesta si allarga dalla valle del Santerno all'Umbria
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Redazione Interno
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L'ombra della revisione governativa dei criteri di classificazione, che si propone di aggiornare l'elenco dei comuni montani, si allunga ben oltre i confini delle regioni alpine, toccando da vicino anche realtà collinari e interne della penisola. La valle del Santerno, in Emilia-Romagna, ne misura già le possibili conseguenze: Casalfiumanese, Borgo Tossignano, Fontanelice e Castel del Rio, oggi inseriti nella lista che garantisce accesso a risorse specifiche, potrebbero infatti essere esclusi dall'elenco qualora la legge 131 del 2025 venisse applicata integralmente. Una prospettiva che, come espresso da più parti, viene vissuta non come un mero adeguamento statistico bensì come una minaccia concreta allo sviluppo e alla tenuta stessa di questi territori, già spesso alle prese con il fenomeno dello spopolamento e con servizi essenziali in bilico.
Una valutazione che va oltre i numeri
Il timore principale, sollevato con forza anche da Anci Umbria, è che la ridefinizione avvenga attraverso un approccio eccessivamente tecnocratico, focalizzato su altimetria e pendenze medie, senza una ponderazione preventiva e trasparente degli effetti socio-economici. Si rischierebbe, in altri termini, di stravolgere l'assetto di intere aree senza aver calcolato l'impatto sul riparto del Fondo nazionale per la montagna, sulle opportunità di finanziamento europeo e, in ultima analisi, sulla capacità dei municipi di mantenere servizi alla persona fondamentali, dalle scuole alla manutenzione della viabilità. La richiesta che emerge dalle amministrazioni locali è dunque quella di un esame più approfondito, che consideri la montagna non come un'entità geografica astratta ma come un ecosistema fragile e interconnesso.
Il rischio di frammentazione e la voce dell'Uncem
A rafforzare questa posizione interviene Marco Bussone, presidente nazionale dell'Uncem, il quale mette in guardia da una possibile deriva competitiva tra comuni. La nuova normativa, secondo la sua analisi, rischierebbe di innescare dinamiche conflittuali, mettendo "i Comuni gli uni contro gli altri" nella lotta per accaparrarsi le residuali risorse, invece di promuovere una visione organica e cooperativa. Bussone sottolinea come la montagna non debba essere considerata un margine separato, bensì una componente integrante del tessuto nazionale, il cui destino è legato a doppio filo a quello delle città e delle aree urbane. Una separazione netta, dettata da parametri rigidi, minerebbe quel principio di coesione territoriale che è alla base delle politiche di riequilibrio.
La mobilitazione dei sindaci e il caso alessandrino
La tensione ha già prodotto mobilitazioni concrete, come dimostrano le parole allarmate di alcuni primi cittadini. L'appello "Sindaci, svegliatevi!" lanciato da Marco Mazzarello, ex sindaco di Mornese, traduce in un'esortazione diretta la preoccupazione per quella che viene definita una vera e propria "mattanza" amministrativa. L'esempio portato è quello della provincia di Alessandria, dove l'applicazione dei nuovi criteri comporterebbe un taglio drastico, passando da quarantanove a soli quindici comuni classificati come montani. Una riduzione che, secondo i sindaci coinvolti, si tradurrebbe in una immediata perdita di fondi e in un progressivo indebolimento della capacità di tutelare servizi pubblici già vulnerabili, accelerando processi di marginalizzazione dai quali sarebbe poi difficile uscire.




