Cortina, le accuse ai fratelli Cobianchi: droga, estorsioni e il bosco della paura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’interrogatorio di Leopoldo Cobianchi, il 38enne romano al centro dell’inchiesta Reset dei pm antimafia Stefano Ancilotto e Federica Baccaglini, si è risolto in poche battute, con l’uomo che, dopo un conciliabolo con il suo legale Federico Puggioni, ha scelto di avvalersi della più assoluta facoltà di non rispondere. Una scelta, la sua, che appare quasi scontata di fronte al peso delle accuse che gli vengono rivolte, tutte gravitanti attorno a un sistema criminale che, secondo le ricostruzioni degli investigatori, avrebbe tentato di piegare alle sue regole alcuni segmenti della vita economica e sociale della località ampezzana. La montagna di cocaina che avrebbe disseminato per Cortina negli ultimi anni, infatti, rappresenterebbe soltanto la fase iniziale di un disegno criminale più ampio e articolato, i cui sviluppi successivi avrebbero preso di mira imprenditori e gestori di locali con l’obiettivo di imporre servizi e presenze.

Il metodo e le minacce

Secondo quanto emerge dagli atti, la strategia dei Cobianchi si sarebbe basata su una sequenza di pressioni e intimidazioni, alcune delle quali portate a compimento con un’aggressività tale da sfiorare la linea di non ritorno, come nel caso in cui una pistola sarebbe stata puntata alla tempia di una persona, successivamente rivelatasi un obiettivo errato. Le dosi di stupefacenti, in un meccanismo di scambio tanto efferato quanto pragmatico, venivano talvolta pagate non in contanti ma attraverso prestazioni in natura, come lezioni di sci, a dimostrazione di una penetrazione che cercava di normalizzare il illecito all’interno di dinamiche apparentemente ordinarie. L’episodio forse più emblematico della ferocia messa in campo è quello che vede come vittima un hockeista, il quale sarebbe stato sequestrato in un bosco, una circostanza che, al di là della violenza subita, delinea una volontà di dominio territoriale assoluto e spregiudicato.

L'ossessione per lo Chalet Le Tofane

Il punto di massima concentrazione delle mire estorsive sarebbe stato lo Chalet Le Tofane, un locale simbolo della movida cortinese, la cui gestione di eventi e servizi diventò una vera e propria ossessione per il gruppo. Al gestore Luca Culot, si legge nelle carte, furono rivolte minacce esplicite e pesantissime, tese a costringerlo a cedere il controllo della programmazione musicale e della sicurezza all’interno del locale. La stessa organizzazione del Capodanno 2025, secondo l’accusa, avrebbe dovuto rispettare un preciso “stampo mafioso”, con l’imposizione di dj selezionati dai fratelli Cobianchi e l’avvertimento, lanciato ai titolari, che qualsiasi opposizione avrebbe scatenato una “guerra mondiale”, un’espressione che la procura interpreta come la chiara volontà di instillare un terrore paralizzante.

Il contesto di Cortina e le reazioni

Cortina d’Ampezzo, con il suo indotto economico rilevante e l’imminente appuntamento olimpico, si conferma un territorio di grande appetibilità, dove la circolazione di ingenti risorse finanziarie può attirare, come sottolineato dall’Ascom, soggetti disposti ad agire in “zone d’ombra”. L’associazione di categoria ha lanciato un vero e proprio allarme, evidenziando come le imprese locali non sempre dispongano degli strumenti necessari per contrastare la potenza di fuppo, in senso sia economico che intimidatorio, di operatori esterni carichi di capitali. Questo squilibrio, se non adeguatamente contrastato, rischia di snaturare l’identità del luogo, rendendolo più vulnerabile a forme di infiltrazione malavitosa che, sfruttando le necessità di liquidità delle attività, ne condizionano le scelte operative e ne erodono l’autonomia decisionale.

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